Introduzione

A scuola ci hanno insegnato la storia. Sembrava impossibile modificarla: nessuno può cambiare il passato. Tuttavia, la scienza ci aiuta a comprenderla in maniera diversa. La storia non è una "scienza esatta". Etimologicamente, significa "indagine" e, come tutte le altre discipline letterarie, presenta al suo interno correnti e tendenze che, a volte, si scontrano tra loro.

Nel XX secolo, la "École des Annales" francese decise di occuparsi della storia degli uomini, anteponendola a quella delle nazioni, delle battaglie o delle genealogie principesche. Il risultato fu una forma di istruzione universitaria molto diversa, anche se purtroppo i nostri libri di testo difficilmente ne hanno tratto ispirazione. Pare che alla base della scelta dei loro contenuti ci siano soprattutto obiettivi politici: l'insegnamento della storia recente varia da paese a paese e mira sempre a celebrare una nazione unita e orgogliosa del proprio passato.

Agli occhi di un bambino che frequenta la scuola in Francia, l'antichità e l'Impero romano si configurano come una serie di battaglie e lotte tra alcuni sovrani. Non gli viene mai insegnata la vita dei cinesi, degli slavi o degli africani dell'epoca. Il Neolitico si concentrava nella Mezzaluna Fertile e i popoli dell'Indo o della Mesoamerica non esistevano. Per quanto riguarda la preistoria, numerose scoperte recenti hanno fatto luce su di essa, tanto che le conoscenze di un professore, formatosi 20 anni fa, risultano in parte obsolete. In effetti, le scienze esatte impongono i fatti di fronte alle approssimazioni storiche, apportano nuova conoscenza e questa conoscenza si fa sempre più ricca. Forse, dopotutto, la storia può cambiare?

Alla fine del XIX secolo, in seguito ad accesi dibattiti davanti alle prove della geologia, gran parte degli storici ha finalmente ammesso che, durante l'età della pietra, l'Europa occidentale era ricoperta dal ghiaccio. Per la fine del XX secolo, si sono arresi all'evidenza della palinologia e hanno accettato che gli alberi di legno duro delle foreste francesi erano lentamente migrati dall'attuale Cina. All'inizio del nostro XXI secolo, la genetica e la climatologia stanno facendo vacillare i dogmi consolidati.

Forse l'insegnamento della storia dovrebbe essere una questione di aggiornamenti scientifici? Da bambini, recitavamo a memoria le date delle battaglie e le genealogie. Il nostro maestro di storia ci spiegava: "Nel 105 a.C., l'esercito romano fu sconfitto dai barbari ad Arausio". Non ci diceva perché i Cimbri, i Teutoni e tutti i popoli delle coste del Mar Baltico si stavano spostando verso sud. Probabilmente immaginava che si trattasse di una migrazione, dato che avanzavano con tanto di armi, famiglie e mandrie. Ma come avrebbe potuto raccontarci che queste persone stavano fuggendo da continue inondazioni catastrofiche, visto che ne siamo venuti a conoscenza solo nel 2015?


Toba

Non appena i paleontologi vengono portati a esplorare un sito di scavo, si mettono alla ricerca di una caratteristica continua e distinguibile: uno strato nero di 9 m di spessore in Indonesia, che si allunga fino a pochi millimetri ai poli. Nella cronologia dei depositi sedimentari, questa linea segna una data nota a tutti gli specialisti: 74.000 a.C. A quell'epoca, eruttò un gigantesco vulcano: si chiamava Toba. Le ceneri che sgorgarono dal suo cratere ricoprirono tutto il globo. Ovunque si scavi, il loro deposito forma questa linea continua: l'ultimo residuo di un'esplosione che quasi annientò la nostra specie.

Durante la colonizzazione del globo, l'uomo è stato certamente imprevedibile. Ora viene accusato di aver danneggiato il suo pianeta. Si può ammettere che, fino a poco tempo fa, ha peccato di ignoranza. La superbia dell'Homo sapiens-sapiens è ancora più recente. Abbiamo iniziato a considerarci proprietari del pianeta solo da pochissimo tempo: meno di tre secondi, se il primo homo fosse apparso 24 ore fa.

Prima l'uomo temeva la natura. Ne aveva paura per le esperienze vissute. Cicloni, terremoti o eruzioni vulcaniche lasciavano tracce nella nostra memoria collettiva. Subivamo la sua violenza con impotenza e incomprensione. Abbiamo inventato divinità malvagie e iniziato ad attribuire questi cataclismi alla loro ira. Siamo finiti in ginocchio. Poi abbiamo curato le nostre ferite. Il nostro istinto di sopravvivenza va oltre la semplice disperazione. La nostra immensa capacità di adattamento ci ha rimesso in piedi. La nostra intelligenza collettiva ci ha aiutato ad andare avanti.

A Sumatra, l'eruzione di Toba fu così potente che la specie umana quasi scomparve. Eravamo più di un milione di umanoidi, tremila sopravvissero.

Un vulcano a caldera

Tutto inizia con una colonna di magma che sale dalle viscere della terra. Spesso, questa roccia fusa si ferma a qualche centinaio di chilometri sotto la superficie. Può ristagnare lì per millenni. A volte continua il suo cammino verso l'alto: è l'eruzione. Quando la colonna di magma non si apre, forma un punto caldo che fonde i minerali circostanti. Nella crosta terrestre, in profondità, si crea un lago sotterraneo. Questo serbatoio di roccia fusa dal calore sale lentamente. In superficie, non vediamo niente. Nessun calore sospetto che ci metta in allerta. Nessun terremoto che scuota i nostri sismografi. Alcuni chilometri sottoterra, il lago di magma cresce. Il suo contenuto è così melmoso, così spesso, che intrappola i gas. In alcune migliaia di anni, la pressione diventa enorme. Quando aumenta troppo, avviene l'esplosione. La sua energia è immensa e distrugge la volta del lago sotterraneo. Il cratere può raggiungere i 100 km di diametro. La pressione accumulata scatena eruzioni da cento a mille volte più potenti di quelle dei vulcani tradizionali.

L'ultimo vulcano a caldera che è esploso era relativamente piccolo. La sua eruzione avvenne nel 1991, nelle Filippine. Il Pinatubo uccise solo un migliaio di persone, espulse solo un miliardo di metri cubi di roccia, la sua caldera aveva solo 2,5 km di diametro e la sua esplosione non fece raffreddare la terra di nemmeno 1°C per 2 anni.

Toba aveva una dimensione completamente diversa. La sua caldera raggiungeva gli 80 km. La sua esplosione ha quasi distrutto il genere umano.

L'eruzione durò quasi due settimane. Ottomila miliardi di tonnellate di roccia furono catapultate nello spazio, insieme a 10 miliardi di tonnellate di acido solforico. L'esplosione fu così violenta che scaraventò il tutto oltre la troposfera, nello strato di ozono stratosferico. Per fortuna, Sumatra è sotto il regime degli alisei. L'immensa nube, composta da 8 milioni di tonnellate di cenere, che si innalzavano ogni secondo dalla bocca del vulcano, fu spinta verso ovest. Inizialmente, gli alisei meridionali hanno impedito che attraversasse l'equatore. Da 6000 m sopra il livello del mare, i forti venti dell'alta atmosfera sparpagliarono le ceneri, principalmente verso nord e verso est.

L'atmosfera a nord dell'equatore si riempì di uno spesso strato di polvere vulcanica. Questa si sparse lentamente. In due mesi, ricoprì l'intero globo. Il nostro "pianeta blu" diventò marrone. I materiali espulsi da Toba gli ruotarono intorno, formando un denso strato opaco. Le ceneri bloccavano l'80% dei raggi solari. L'acido solforico, combinato con l'ozono, creò uno schermo perfetto. Nessun raggio solare raggiungeva più il suolo terrestre. La notte scendeva, senza sosta. Due anni dopo, fu completamente buio. Poi, a poco a poco, i sopravvissuti cominciarono a intravedere il sole. Ci vollero 6 anni per vederlo in pieno giorno.

Nel frattempo, sulla terra, si instaurò un freddo intenso. Il terribile inverno vulcanico si intensificò. Le temperature degli oceani diminuirono dai 3 ai 3,5°C. Quelle terrestri precipitarono: le regioni temperate dell'emisfero nord subirono un calo dai 15°C ai 17°C. Accentuando un raffreddamento climatico già in corso, l'eruzione di Toba provocò una glaciazione immediata: la glaciazione di Würm.

Si tratta della maggiore esplosione vulcanica degli ultimi 100.000 anni. Colpì profondamente tutti gli esseri viventi.

La fotosintesi delle piante diminuisce dell'85% quando l'intensità della luce scende del 10%. Diminuisce anche quando le temperature si abbassano. Con l'80% dei raggi solari bloccati, la fotosintesi diventò praticamente pari a zero. Questo portò alla distruzione delle foreste tropicali. Nelle zone temperate, la maggior parte degli alberi decidui morì e sopravvisse solo la metà dei sempreverdi. Nei mari, il plancton divenne raro. Nell'Oceano Indiano, 5 milioni di chilometri quadrati di vita sottomarina furono devastati. Il monsone si indebolì notevolmente. La zona intertropicale conobbe una siccità devastante. Gli erbivori, in seguito alla scomparsa delle praterie, perirono a milioni. In assenza delle loro prede abituali, i carnivori si divorarono a vicenda. L'Homo sapiens scomparve quasi completamente.

A sud dell'equatore, gli alisei avevano protetto la troposfera dalle nubi di cenere e la massa termica degli oceani impediva che le temperature scendessero troppo precipitosamente. I gorilla e i bonobo a nord dell'equatore scomparvero; a sud, quelli del Katanga sopravvissero. Nell'Africa centro-orientale, alcuni ominoidi si adattarono al freddo.

Sotto l'equatore, sulle alte pianure dell'Africa orientale, crebbero le felci arbustive, specie vegetali che, durante la loro evoluzione, avevano già sperimentato la rigidità delle ere glaciali e poterono resistere a un calo di temperatura di 7°C. Poiché in questa regione ci fu meno cenere a causa degli alisei, i fiumi furono meno inquinati. I laghi dell'Africa orientale, essendo molto profondi, diluirono la pioggia acida a sufficienza per mantenere l'acqua di superficie quasi potabile. Lì, i mammiferi che si rifugiarono in caverne profonde tremarono, ma sopravvissero. Tra questi, alcuni Homo sapiens riuscirono a salvarsi in quelle condizioni, grazie all'uso del fuoco e di molte pellicce.

Quanti sopravvissero all'eruzione di Toba?

In un tempo molto lontano, la fotosintesi delle piante aveva fatto sì che l'atmosfera terrestre si saturasse di ossigeno, a scapito di certi esseri viventi che non tolleravano questo gas. Avvennero le simbiosi. Alcuni organismi anaerobici si fusero con altri che invece lo tolleravano. In particolare, a essere intossicati furono i mitocondri. Trovarono delle cellule accoglienti e adeguarono il loro DNA per moltiplicarsi simultaneamente alla cellula che li ospitava. Sono contenuti in ogni cellula di ogni mammifero. Sono responsabili della trasformazione delle molecole organiche in energia. Durante la riproduzione umana, sono trasmessi solo dagli ovuli, quindi il DNA mitocondriale di un umano è perfettamente identico a quello di sua madre. Studiando gli alberi genealogici, abbiamo potuto dimostrare che tutti i mitocondri delle nostre cellule provengono dagli stessi ceppi. Tutti hanno origine nell'Africa sub-sahariana.

È difficile stabilire il numero esatto dei sopravvissuti all'eruzione di Toba. Secondo la teoria ufficiale, solo l'Homo Sapiens è sopravvissuto sotto l'equatore, in Etiopia, Kenya e Tanzania. Studi genetici più recenti hanno dimostrato che anche alcuni uomini di Neanderthal, Denisova e Flores hanno resistito al freddo gelido e alla scarsità di cibo, in uno stato di assoluta necessità e con la paura del cielo che si era oscurato. Tuttavia, l'Homo sapiens è sopravvissuto in maggior numero. Secondo le ipotesi prese in esame, i superstiti furono tra quaranta (Harpending, 1993) e diecimila (Ambrose, 1998). La stima più comunemente accettata è che ci fossero cinquecento donne Sapiens in età fertile, quindi tremila sopravvissuti, e circa cento Neanderthal e Denisova. Da una popolazione di circa cinquecentomila donne prima dell'eruzione, solo cinquecento sarebbero state le antenate di tutta l'umanità. In altre parole: il 99,7% degli umani sarebbe morto, essenzialmente di freddo e di fame. Su tutta la terra, piante e animali scomparvero in proporzioni simili. Per esempio, l'analisi del DNA mitocondriale degli scimpanzé di oggi ha dimostrato che provengono tutti da due ceppi. Uno si trovava negli altipiani dell'Uganda e l'altro proveniva dalla Repubblica Democratica del Congo orientale, a sud dell'equatore. Dopo questo cataclisma, le grandi scimmie iniziarono a migrare a ovest, verso le foreste dell'Africa centrale.

L'Homo sapiens si mosse in tutte le direzioni, la sua più grande migrazione fu verso nord. Nel corso della conquista dei territori nel mondo, ogni volta darà prova - in coppia - della superiorità delle sue abilità creative, scoprendo nuove fonti di cibo, nuove strategie, nuovi processi e nuovi strumenti. I sopravvissuti colonizzarono prima l'Africa orientale e poi si dispersero. Tuttavia, l'atteggiamento aggressivo alla base della conquista dei territori da parte degli ominoidi fu profondamente diverso dalla placida migrazione delle grandi scimmie.

Conquistare il mondo, di nuovo

Partendo dai Grandi Laghi, alcuni Homo sapiens seguirono la linea degli altipiani, da sud a nord, dal Kenya all'Etiopia. La vegetazione e la fauna stavano riprendendo vigore. Risalirono il Nilo e attraversarono la penisola del Sinai. Poi girarono a est e si sparsero in tutto il mondo. Col passare del tempo, la qualità dei loro utensili migliorò. I vestiti divennero più efficaci. La padronanza del fuoco li rendeva unici. Più ne seguiamo le tracce nell'espansione alla conquista del nord, più la loro tecnologia diventa raffinata. Lasciata l'Africa dopo Toba, l'Homo Sapiens seppe adattarsi a tutte le situazioni. Ha impiegato 40.000 anni per estendere il suo territorio a ogni angolo del mondo. Nessun altro mammifero è mai stato in grado di dimostrare una capacità di adattamento così sorprendente. Sebbene venisse dal sud dell'equatore, seppe dare vita a una civiltà basata sulle migrazioni delle renne verso il Circolo Polare Artico; amava le larve dolci; imparò a uccidere gli squali con un arpione; visse di caccia e raccolta; coltivò milioni di chilometri quadrati di piante.

Nell'arco di pochi anni, gli ominoidi erano passati da essere una specie fiorente a una specie in pericolo. Poi, nel giro di qualche millennio, grazie alla loro capacità di adattamento, divennero dei conquistatori. Ancora qualche decina di millenni e il genio creativo degli umani avrebbe dominato tutti i mammiferi del mondo.

E se Toba eruttasse oggi?

Per fortuna, i vulcani a caldera rimangono molto rari. A parte la caduta di asteroidi, la causa della maggior parte dei bruschi cambiamenti del clima negli ultimi millenni è stata l'attività vulcanica e tutti i più importanti sono stati opera di vulcani a caldera. Ce ne sono stati alcuni negli ultimi 100.000 anni. Per esempio, l'eruzione del Tambora nel 1815 aveva causato un "anno senza estate"; l'isola di Santorini esplose 3650 anni fa, mettendo fine alla civiltà cretese in un istante.

La terra gira intorno al sole in un'orbita in continuo cambiamento, da un cerchio perfetto a un'ellisse allungata, in 50.000 anni. Settantaseimila anni dopo l'eruzione di Toba, il nostro pianeta è molto più vicino alla sua stella. Ora, ruota praticamente in cerchio: è più riscaldato. Il globo gira anche su se stesso, attorno a un asse inclinato che passa per i due poli. L'inclinazione di questo asse di rotazione rispetto al sole comporta che oggi, nell'emisfero nord, le estati siano meno calde e gli inverni meno freddi. Sicuramente, non siamo in un'era glaciale.

Se il vulcano a caldera di Toba dovesse eruttare ora, l'impatto sarebbe ben diverso. Il vulcano scaglierebbe miliardi di tonnellate di materiale piroclastico nella stratosfera. Si formerebbe uno spesso strato di cenere e acido solforico che coprirebbe il sole. Le temperature medie sulla terra scenderebbero solo di 10°C. Dopo 10 anni, questo raffreddamento globale sarebbe solo di 2°C. Le precipitazioni diminuirebbero di circa il 45% per diversi anni. Coloro dotati di mezzi finanziari potrebbero sopportare questo freddo improvviso: comprerebbero vestiti più caldi, consumerebbero più riscaldamento e pagherebbero caro l'acqua dolce e il cibo. Per dare un ordine di grandezza più concreto: un abitante di Napoli dovrebbe vivere per 2 anni come d'inverno a Montreal e poi, per una decina di anni, come una persona residente a Amburgo. Due anni di notte continua e di freddo intenso inciderebbero sul suo stato d'animo. L'intensa polvere, che sarebbe ovunque, anche nei suoi bronchi, potrebbe opprimerlo. Alcuni danni causati dalla cenere complicherebbero le cose: i tetti delle case crollerebbero sotto il suo peso, le linee elettriche anche. Le condizioni del traffico diventerebbero... difficili. Probabilmente le tubature sono meno isolate a Napoli che a Montreal: scoppierebbero. Il numero di spazzaneve italiani si rivelerebbe insufficiente. Lo stress potrebbe essere difficile da sopportare, ma non ci sarà pericolo per la sopravvivenza di questo napoletano: il freddo non lo ucciderà. Una persona che vive oggi a Mosca avrebbe probabilmente più difficoltà ad adattarsi a un calo di temperatura di circa 15°C. Forse si precipiterebbe a scegliere l'opzione della migrazione climatica verso sud. Colui che vive ad alte latitudini, sprovvisto di mezzi finanziari per proteggersi dal freddo, sarebbe in pericolo.

La posizione della Terra rispetto al sole è molto più favorevole rispetto a 76.000 anni fa. Quindi ciò che ucciderebbe gli uomini in gran numero non sarebbe il freddo, ma la fame.

Il maggior rischio è quello della fame

Oggi, 7 miliardi di individui pesano molto di più sul nostro pianeta. Nelle condizioni ottimali che conosciamo, un miliardo di persone è già considerato denutrito. Se l'eruzione di Toba avvenisse oggi, le piante ne risentirebbero notevolmente. Le precipitazioni diminuirebbero del 45% e le nostre enormi piantagioni di cereali e di alberi da frutto sarebbero spazzate via. La diminuzione delle temperature causerebbe la scomparsa delle latifoglie sempreverdi. Praticamente tutti gli alberi tropicali perirebbero. Le piante non sopravviverebbero all'assenza di fotosintesi. Le piogge diventerebbero rare, ma molto acide. Le risorse di acqua dolce diminuirebbero sensibilmente, danneggiando anche le nostre fattorie. Gli alberi decidui sarebbero decimati.

Dopo 2 anni senza sole, la vegetazione tornerebbe a crescere, le piante per prime. La loro fotosintesi è più debole di quella degli alberi. Il freddo avrà spazzato via le foreste, annullando l'effetto di raffreddamento dell'evapotraspirazione. Intorno al 40° parallelo, la caccia sarà ridotta e i raccolti molto scarsi. Tuttavia, la popolazione mondiale si sarà stabilita soprattutto nelle zone temperate. I grandi legni duri del nord si saranno congelati. Quelli della zona intertropicale non avranno sopportato il freddo. Così la terra presenterà al sole vaste aree erbose e giovani alberi in crescita. Assorbirà più energia dai suoi raggi di quanta ne assorba oggi. Ai poli, il ghiaccio, sporcato dalla polvere, ne catturerà più di quanti potrà rifletterne. Il clima si riscalderà e poi tornerà a un nuovo equilibrio: dopo qualche decennio, le piante rinfrescheranno la terra, mentre il nuovo ghiaccio rifletterà i raggi del sole. La nostra stella ci scalderà meno e, alla fine, dovremmo affrontare un raffreddamento globale di 3-5°C. È significativo, ma non ha niente a che vedere con il cataclisma causato dall'Eruzione 76.000 anni fa.

Oggi, l'eruzione di un vulcano delle dimensioni di Toba avrebbe meno impatto sul clima. Ciononostante, sarebbe la causa di un tasso di mortalità molto elevato, soprattutto per la carestia. Le simulazioni al computer sono incredibilmente complesse. Gli scienziati propongono una grande varietà di cifre. Spesso citano il numero più semplice da ricordare, una delle ipotesi ottimistiche: un miliardo di morti.

Esistono altri vulcani a caldera?

Non sappiamo se sotto gli oceani si nascondano uno o più vulcani, ma sappiamo che davanti ai nostri occhi esiste un super-vulcano. Lo conosciamo tutti perché sulla sua superficie si trova uno dei parchi naturali più famosi degli Stati Uniti d'America. Teoricamente, è più potente di Toba. I paleologi hanno scoperto le sue enormi dimensioni nel 1990. È il vulcano a caldera di Yellowstone.

Il parco di Yellowstone si estende per un milione di ettari nello stato americano del Wyoming. Il terreno è relativamente piatto, è stato spaccato dal passaggio dei ghiacciai in antichità. Ci si può camminare senza immaginare che siamo sopra un vulcano. La caldera si trova a pochi chilometri sotto terra e il paesaggio non evoca le ripide scogliere vulcaniche. Questo perché tutto è smisurato. All'orizzonte, si vedono piccoli rilievi alti una trentina di metri: è la bocca del cratere. Le cartoline del parco mostrano spesso Old Faithful, un geyser che erutta a 55 m di altezza con grande regolarità. I meravigliosi colori del lago del Grand Prismatic Spring rendono le immagini incantevoli. Tutto sembra idilliaco. A volte un'intensa attività termica fa crollare un sentiero, che viene immediatamente chiuso al pubblico. I turisti vanno in giro entusiasti, le loro macchine fotografiche sono cariche di ricordi immortali.

Ma gli uomini sono mortali.

Sotto i sandali dei turisti giace il vulcano più grande del mondo. Al centro della caldera, la terra sale continuamente alla velocità impercettibile di 1 m ogni 75 anni. Ottomila metri più in profondità, la camera magmatica è sotto alta pressione. Nel magma a 1500°C, i gas sono compressi. Cinque chilometri sotto la superficie, la crosta terrestre è ancora a una temperatura di 350°C. Questo vulcano è attivo, dannatamente attivo! Circa cento scosse di bassa intensità scuotono il suolo ogni anno e questo numero è in aumento. Fumarole, sorgenti calde e geyser sono tutte espressioni dell'attività sotterranea. Ben al di sotto della superficie, le telecamere a infrarossi della NASA hanno individuato una gigantesca caldera di almeno 90 km per 30 km. Sarebbe quindi paragonabile a quella di Toba.

Se non estrapolando le statistiche dalle ultime tre esplosioni, è impossibile prevedere quando avverrà la prossima eruzione di Yellowstone. Sappiamo solo che sarà cataclismica e cambierà l'aspetto del mondo. L'uomo conta ben poco quando la terra scatena la potenza di un vulcano a caldera.

Per quanto straordinaria e diversificata, l'evoluzione dell'"Uomo, il mammifero eretto" subì un brusco arresto 76.000 anni fa, quando Toba uccise all'improvviso quasi tutti i discendenti dell'Homo erectus. Gli scienziati definiscono questo momento "il collo di bottiglia dell'evoluzione". Questa quasi estinzione della nostra specie snellisce il nostro albero genealogico: dei tremila sopravvissuti nel cuore dell'Africa, tutti avevano le stesse caratteristiche morfologiche. Camminavano tutti allo stesso modo, condividevano lo stesso colore della pelle e dei capelli, tutti sapevano parlare e padroneggiare il fuoco: una semplificazione sorprendente per i paleontologi!

Al termine di qualche milione di anni di evoluzione, un minuscolo ramo della stirpe delle grandi scimmie aveva dato alla luce un milione di ominidi differenti, persi nella vastità del globo, con conoscenze disparate, quando un'improvvisa e colossale esplosione di lava, pietre e cenere ridusse tutto a tre piccoli gruppi di individui. Praticamente tutti gli ominidi del mondo erano morti, tranne i nostri antenati.

Abbiamo lasciato il Paleolitico e siamo entrati nella protostoria. La specie umana rinacque dai pochi sopravvissuti di Toba.

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Ulteriori informazioni - Toba

La potenza di Toba equivale all'eruzione simultanea di trecento vulcani come il Pinatubo (1991) o di tremila (tradizionali) delle dimensioni del Monte Sant'Elena. La quantità di materiale piroclastico, generato dall'eruzione di Toba nel 74.000 a.C., avrebbe potuto coprire tutta la terra emersa con uno strato dallo spessore superiore a 1 m.

L'era glaciale causata dall'eruzione di Toba è chiamata "glaciazione di Würm". Questo cambiamento climatico non terminò fino a 12.000 anni fa, alla fine del Dryas recente, quando ebbe inizio l'Olocene.

Nel 1815, il Tambora eruttò sull'isola di Sumbawa, in Indonesia. Nell'emisfero nord, ad agosto, le temperature scesero così tanto che le pietre scoppiarono per il gelo nel New England, in Canada e nell'Europa occidentale. Nel 1816, il mondo non visse alcuna estate. In Bengala, dilagò una terribile carestia; apparvero e si diffusero focolai di colera; scoppiò la prima grande epidemia di colera della storia. La carestia scatenò grandi movimenti sociali in tutta Europa. Le rivoluzioni si moltiplicarono in Spagna, Germania, Grecia, Europa orientale, Romania, Italia e America Latina.

Nell'estate del 1783, il Laki eruttò in Islanda. Le sue nuvole raffreddarono la Terra e furono seguite da una nebbia secca che avvolse l'Europa. I raccolti furono estremamente scarsi. La fame era talmente diffusa che è nota per essere stata una delle cause principali della rivoluzione francese del 1789.

Nel 1453, il Kuwae eruttò. Il clima della Terra si raffreddò di 3°C. La cenere coprì il cielo sopra Costantinopoli. Il sole gli fece assumere un colore rosso sangue. La popolazione, che era assediata dai turchi, avrebbe interpretato questo fenomeno come un pessimo presagio. La gente sarebbe fuggita al calar della notte, lasciando aperta la porta di Kerkoporta. Gli ottomani avrebbero quindi attraversato le sue mura invalicabili senza sferrare un colpo. Era la fine dell'impero bizantino.

Nel 1258, un vulcano a caldera eruttò in Indonesia, sull'isola di Lombok. Il pennacchio eruttivo salì a 43.000 m, la nuvola di cenere oscurò la luna. È stata la più grande eruzione vulcanica dell'ultimo millennio. Le rilevazioni della temperatura cinese e inglese permettono di datarla nel gennaio 1258. Le piogge e il freddo furono così intensi, che scatenarono gravi carestie (un terzo degli abitanti di Londra morì di fame). Un'epidemia di babesiosi attaccò i greggi, il gelo prolungato uccise le mucche. L'Islanda fu tagliata fuori dal ghiaccio. Presto comparve la peste e, dopo un inverno rigido, si diffuse a partire dall'aprile 1259. Dal Medio Oriente all'Europa, l'epidemia decimò la popolazione. L'esercito mongolo entrò a Baghdad, ma per mancanza di cibo, fermò la sua conquista dell'Europa orientale. Il freddo intenso, scatenato da questa eruzione, portò all'accelerazione del raffreddamento del pianeta, verso la Piccola Era Glaciale.

Le ultime due eruzioni di vulcani a caldera, Pinatubo (1991) e Tambora (1815) furono letali, ma non in maniera diretta: innescarono la presenza prolungata del fenomeno climatico El Niño. Ne seguirono una grave siccità ai tropici (Gagan, 1995), il dimezzamento del volume delle precipitazioni (Pittcock, 1989) e gravi carestie.

Harwell (1984) ha studiato l'impatto della temperatura sulla morte degli alberi. Non ha preso in considerazione l'effetto delle piogge acide contenenti zolfo. Ciononostante, il suo lavoro spiega le conseguenze che una variazione di pochi gradi delle temperature medie terrestri può avere sulle piante.

Se le temperature scendessero di 3°C per 5 anni, la biomassa degli alberi nelle zone temperate diminuirebbe del 25% e la foresta riacquisterebbe il suo volume dopo circa 50 anni. Nel caso degli ecosistemi erbosi, un calo di temperatura di 3°C farebbe diminuire la biomassa del 9%.

Nel caso di un calo di temperatura di 6°C, la biomassa diminuirebbe dell'80% e riacquisterebbe solo il 50% del suo volume iniziale dopo 50 anni.

Se le temperature dovessero diminuire di 9°C per 5 anni, il 90% della biomassa verrebbe distrutta, solo il 33% della massa iniziale si ritroverebbe dopo 50 anni. Inoltre, gli ambienti erbosi vedrebbero la loro biomassa diminuire del 51% (in Europa, l'eruzione di Toba ha raffreddato la terra di 16°C!).

Sono stati trovati fossili di centinaia di mammiferi morti, uccisi da un'eruzione di Yellowstone 10 milioni di anni fa: i loro polmoni erano stati lacerati dalla polvere vulcanica, erano morti per aver tossito sangue.

Yellowstone ha già eruttato 1,8, poi 1,2 e infine 0,64 milioni di anni fa. Durante quest'ultima esplosione, il vulcano espulse 2500 miliardi di metri cubi di magma (quasi quanto Toba: 2800 miliardi).

Un vulcano a caldera di dimensioni leggermente inferiori si trova in Nuova Zelanda, sotto il lago Taupo. È sorvegliato come il latte sul fuoco. Ha eruttato circa ogni 900 anni (per 27.000 anni), ma sono passati 1700 anni dall'ultima volta.

Di Toba rimane solo un grande lago in superficie. Nelle profondità della terra, nello stesso luogo, sta nascendo un nuovo vulcano a caldera. Ha sperimentato alcuni forti terremoti (fino a una magnitudo 9 sulla scala Richter), ma non sembra preoccupare i vulcanologi.

Nel 2012, in Italia, è stata scoperta una caldera attiva di 13 km di diametro, a pochi chilometri dalla città di Napoli, con un lago di roccia fusa che sta ancora crescendo.

Non si tratta di una regola fissa, ma sembra che le eruzioni dei vulcani a caldera siano così potenti da scatenare sempre altre eruzioni o terremoti (a volte a più di 10.000 km di distanza).

Anche l'Homo floresiensis è sopravvissuto a Toba, ma è rimasto nella foresta dell'isola indonesiana di Flores fino alla sua estinzione intorno al 16.000 a.C. L'eruzione di Toba avrebbe messo fine praticamente a tutte le altre linee di Homo erectus, comprese quelle di cui abbiamo scoperto recentemente gli scheletri (Marocco, Georgia, Cina, Mongolia...). Speriamo che gli archeologi trovino altre specie di Homo sopravvissute a Toba. I genetisti hanno concluso che anche i Denisovani discendono dall'Homo erectus.


L'epopea dei Sapiens

Il ritmo naturale dei giorni e delle notti era tornato, ma l'atmosfera era ancora opaca. Il suolo era di un grigio uniforme, persino gli oceani sembravano spenti. Faceva ancora fresco, ma dall'eruzione le temperature erano aumentate costantemente. Il sole c'era: tutto stava tornando a vivere. Grazie alla ricca polvere vulcanica, riscaldata

dall'irradiazione solare, le piante sopravvissute si moltiplicarono sulla terra e nelle acque. Gli esseri umani cominciarono a lasciare gli altipiani dell'Africa orientale. Partirono a piccoli nuclei familiari. Si guadagnavano da vivere con la caccia. Lungo la strada, si dedicavano alla raccolta. Isolati dai congeneri, la riproduzione era talvolta endogamica. La minima malattia o ferita di uno metteva a repentaglio la sopravvivenza del gruppo. Dedicavano la loro energia alla conservazione della specie, anche se questa nozione era loro sconosciuta.

Gruppi, clan, popoli

Alcuni andarono a ovest e si sparsero per tutta l'Africa, mentre altri, un terreno di caccia dopo l'altro, salirono dai Grandi Laghi a est del continente fino al Mar Mediterraneo. Il loro DNA conteneva un marcatore genetico particolare: M130. Verso il 45.000 a.C., dopo aver superato l'Egitto, attraversarono le terre dei Neanderthal, che avevano imparato a resistere alla più fredda delle ere glaciali. Il loro modo di vivere, il loro corpo, ma soprattutto la forma delle loro cavità nasali e il loro sistema immunitario si erano adattati alle temperature gelide. Cacciavano principalmente nella foresta, il che privilegiò la forza rispetto alla forma fisica. È interessante notare che gli uomini e le donne di Neanderthal usavano regolarmente pigmenti colorati.

Sia i Neanderthal che i Sapiens discendono dall'Homo heidelbergensis. La separazione delle stirpi era avvenuta intorno al 600.000 a.C. Essendo cugini lontani, la loro unione fu fertile. I due popoli si fusero: il DNA dell'Homo sapiens, che aveva lasciato l'Africa, si era arricchito dall'1,5 al 3% di geni di Neanderthal. Gli ultimi Neanderthal in Siberia portavano il 7,1% di geni Sapiens. Non sappiamo quale sia stata la causa della scomparsa dei lignaggi puri di Neanderthal e Homo erectus, ma sembra che siano morti tutti tra il 30.000 e il 25.000 a.C. Si sospetta una pandemia sconosciuta. Sopravvisse solo un incrocio, ma non uno qualsiasi: i meticci di madre H. sapiens, che avevano ereditato il sistema immunitario, la pigmentazione e gli occhi dei Neanderthal superstiti e la magrezza, nonché la maggior parte delle caratteristiche fisiche, del genoma Sapiens. La genetica ci ha dimostrato che, dall'Europa all'Asia, dopo il 24.000 a.C., non ci sono più Neanderthal o Sapiens nel nord del Mediterraneo: solo meticci, il cui genoma contiene una parte così predominante di geni Sapiens da essere ancora chiamati Homo sapiens. Durante ogni era interglaciale, la maggior parte degli Homo sapiens ha seguito attentamente il limite dei ghiacci. Il clima ideale era quello freddo, dato che permetteva di conservare la carne per qualche giorno. Prediligevano le zone forestali perché vi trovavano più prede. Con il variare delle temperature nel mondo, si spostavano vicino alla latitudine più adatta al loro stile di vita. Intorno al 40.000 a.C., molti di loro erano concentrati tra l'Iran e l'Afghanistan. L'Himalaya impediva qualsiasi avanzata verso est.

Poco prima del 30.000 a.C., probabilmente alcuni cambiarono rotta. Decisero di voltare le spalle al sorgere del sole per dirigersi verso ovest. Avevano sviluppato un nuovo marcatore genetico: M173. Sempre cacciando in piccoli gruppi, seguirono le loro prede fino alle coste dell'Europa occidentale. Sono anche noti come "Cro-Magnon".

I più lasciarono gli altipiani iraniani e continuarono il viaggio, come sempre, verso est. Una mutazione nel loro DNA diede origine a un nuovo marcatore genetico: M9. Avevano procreato abbastanza da muoversi non più in "gruppo", ma in "clan". Questi "clan eurasiatici" furono poi divisi in due gruppi.

Il gruppo più piccolo mise a punto tattiche di caccia particolarmente adatte alle foreste fitte. Seguirono le loro prede, passando per il sud dell'Himalaya, attraverso il sud-est asiatico. Migrarono, costantemente in pericolo, in Malesia. Durante le ere glaciali del Quaternario, gran parte degli oceani si trasformò in banchi di ghiaccio. Il livello dell'acqua si abbassò significativamente. Colsero l'occasione per camminare all'asciutto fino all'Indonesia. Gli uomini del secondo gruppo M9 avevano inventato gli aghi da cucito. O meglio, spaccavano delle schegge d'osso in modo da far passare una sottile striscia di tendine attraverso la pelle leggermente conciata. Questa invenzione permise loro di unire le pellicce in abiti adatti alla persona a cui erano destinati. Una volta riparatosi dal freddo, con le scarpe ai piedi, questo clan si diresse verso nord. Vivevano principalmente della caccia ai mammut lanosi e alle renne. Lasciarono molte tracce in Siberia intorno al 25.000 a.C. e, alla fine, svilupparono un nuovo marcatore genetico: M45. Attraversando le grandi pianure ricche di ruminanti, incontrarono un popolo che era sopravvissuto anche a Toba: gli uomini di Denisova. I meticci che risultarono dalla loro unione avevano il 3% del pool genico denisoviano, compreso il marcatore M45.

I clan M9, marcati M45 fin dal loro arrivo in Siberia, si spostarono molto e furono particolarmente fertili. Il loro patrimonio genetico si arricchì ulteriormente dello 0,3% di geni denisoviani. Popolarono tutta l'Asia centrale e si spinsero fino alla Cina occidentale intorno al 35.000 a.C. Alcuni di loro avanzarono verso nord sui ghiacci e arrivarono in Alaska intorno al 15.000 a.C. Lasciarono tracce della loro presenza in America occidentale intorno al 12.000 a.C. Alcuni approfittarono dei cambiamenti climatici del Dryas recente per proseguire attraverso le Americhe fino alla Patagonia.

I più intraprendenti degli M45 navigarono lungo la costa asiatica fino alla Nuova Guinea nel 30.000 a.C., lasciando intuire che avevano trovato un modo per spostarsi sull'acqua. Il loro patrimonio genetico conteneva il 6% di geni denisoviani.

Questi viaggi duravano decine di migliaia di anni. Dovevano proteggersi costantemente: la sopravvivenza era una lotta perpetua. Le prede stabilivano il cammino. Condannati a spostarsi a piedi, portando gli utensili, andavano dove gli animali non conoscevano ancora le tattiche di caccia. Progredivano verso l'ignoto, adottando la strategia più efficace: vagare. Non sorprende che l'uomo abbia sviluppato un'eccezionale capacità di adattamento. Perso in terre ignote, doveva trovare ogni giorno acqua, piante commestibili e prede. La grande resistenza del corpo femminile ha dovuto superare la prova del parto, della gravidanza e dell'allattamento mentre viaggiava in queste condizioni! Gli uomini dovevano camminare molto, arrampicarsi, trasportare, correre e fare fronte a pericoli improvvisi. La capacità di osservazione e di analisi degli umani si rivelò preponderante. Inoltre, la dimensione del loro cervello era maggiore di adesso. Il linguaggio articolato fu un vantaggio decisivo.

Questo immenso viaggio intorno al mondo ha indotto molti altri cambiamenti, soprattutto nella fisiologia umana.

Fisiologie

In quel periodo, poiché il nostro pianeta era più lontano dal sole, i suoi raggi erano meno potenti e tanto meno irradiavano ciò che cresceva lontano dall'equatore. Il nostro corpo, però, ha bisogno di ricevere la luce del sole per sintetizzare la vitamina D. È essenziale per la vita perché consente l'assimilazione di calcio. Tuttavia, i clan M45 viaggiarono per tutta la Siberia, avvolti in abiti di pelle animale. Avrebbero dovuto trovarsi in uno stato avanzato di decalcificazione. I loro corpi si adattarono, grazie alla presenza di più geni di origine certamente neanderthaliana e alla metilazione di due geni sapiens. La selezione naturale era in corso. A poco a poco, in queste condizioni climatiche, quelli con la pelle depigmentata si dimostrarono più sani degli altri. La regolazione della melanina nell'epidermide permise loro di assorbire meglio i pochi raggi solari che li raggiungevano. Quanto più a nord vivevano i clan, tanto più chiari diventavano i loro capelli e la loro pelle. Anche la forma del corpo si adattò all'ambiente climatico di ogni individuo. Gli M173, che popolavano le foreste d'Europa e si riparavano dalle tempeste con la vegetazione, svilupparono un collo più lungo e un naso più pronunciato dei clan che attraversavano le grandi pianure mongole per andare in Cina. Dalla gelida Siberia all'Asia centrale, gli uomini dovettero adattarsi ai venti freddi che sfioravano il ghiaccio e al costante riverbero del sole: i loro volti avevano nasi corti, doppia piega sulle palpebre e zigomi alti. Durante il viaggio sopportarono un clima così rigido che li portò a sviluppare un marcatore genetico speciale: M175. Solo l'istinto di sopravvivenza permise loro di liberarsi dalle avversità. Lo sforzo fu così intenso che la morfologia dovette adattarsi. Alla fine, spingere sempre la neve con le gambe modificò la forma dei loro fianchi.

L'esplosione di Toba fu solo l'inizio. Il lungo viaggio che ne seguì plasmò il genere umano. La mescolanza ha portato a nuovi gruppi etnici, nuovi fenotipi. Durante questi 50.000 anni, le nostre morfologie si sono adattate all'ambiente climatico, a seconda del percorso che abbiamo seguito.

L'essere intelligente

La caccia era l'attività predominante e ci ha costretto a sportarci in base ai movimenti delle prede. La maggior parte degli umani viaggiava in piccoli gruppi, perlopiù famiglie. Gli uomini provenivano dalla stessa famiglia, mentre le donne da gruppi esterni. La comodità della dimora si limitava a un riparo dalla pioggia e dal vento: la vita dipendeva dall'abbondanza di cibo. Nelle loro peregrinazioni, i nomadi scoprivano nuove piante e frutti. Impararono a distinguere quelle che apportavano forza, quelle che guarivano e quelle che contenevano veleni. Sapevano come proteggersi dai vermi intestinali o immobilizzare una frattura. Ogni spostamento comportava tutta una serie di cambiamenti, ma i grandi felini rimanevano sempre una minaccia mortale. Il nostro cervello si abituò alla necessità di adattarsi continuamente a nuove circostanze.

Gli umani cacciavano in gruppo. Inventarono trappole, tattiche, strategie. Potevano parlare tra loro e trasmettersi informazioni precise. Le conoscenze e la superiorità degli uomini e delle donne progredirono in modo complementare. Le coppie permisero l'evoluzione di nuove forme di intelligenza, in misura superiore a qualsiasi altro mammifero. Il loro cervello si sviluppò molto più dei muscoli, soprattutto i lobi frontali.

I Sapiens avevano un'arma formidabile: sapevano spaventare qualsiasi mammifero fino a farlo scappare. Tutto quello che dovevano fare era dare fuoco a qualcosa. Questo trucco, però, non poteva essere ripetuto all'infinito. Prima o poi, un rinoceronte scaltro avrebbe capito che i bastoni infuocati hanno lo stesso cattivo odore degli incendi nella foresta, senza essere altrettanto pericolosi. Gli umani andavano quindi continuamente alla ricerca di prede che non avevano ancora incontrato l'uomo, che non conoscevano né le sue tattiche, né le sue armi. Quando vedevano un altro gruppo di umani, tendevano ad allontanarsi dai territori di caccia già battuti. Si stima che durante la sua vita, un Sapiens incontrasse meno di centocinquanta persone. Durante questo periodo, l'acquisizione delle conoscenze fu lenta. Nuove informazioni e abilità provenivano principalmente dagli scambi tra donne. Poi, quando i migliori terreni di caccia cominciarono a essere popolati, la pressione demografica ebbe il suo effetto: i cugini finirono per vivere a una distanza minore gli uni dagli altri. Durante il Mesolitico, i clan si insediarono in aree geografiche specifiche. Questo permise l'emergere di un'intelligenza collettiva che si immagina basata su religioni animiste e riunioni in occasioni delle ricorrenze. Il risultato fu una crescente ingegnosità. Gli umani di questa epopea furono dei grandi inventori: utensili e vestiti, armi e habitat. Questa facoltà, arricchita dalla loro capacità di comunicare e trasmettere le conoscenze, diede loro un vantaggio decisivo.

In 60.000 anni, eravamo passati dal bipede dei paleontologi all'uomo, l'essere intelligente degli archeologi.

Gli esseri umani si erano diffusi in tutto il mondo, stavano per conquistarlo.

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Ulteriori informazioni - L'epopea dei Sapiens

Neanderthal e Sapiens vissero negli stessi territori per quasi 20.000 anni. Dal 2011, la scomparsa della maggior parte degli H. neanderthalis è stata sempre più attribuita alle nuvole di solfuri causate dall'eruzione del vulcano a caldera napoletano 40.000 anni fa (Ignimbrite campana). Tuttavia, l'universalità della loro scomparsa (fino all'Asia) e la probabile concomitanza della sparizione dell'Homo sapiens puro suggeriscono piuttosto una pandemia, contro la quale solo il genoma degli incroci sopravvissuti poté difendersi. Il raffreddamento dovuto all'eruzione del vulcano italiano potrebbe essere stato il fattore scatenante di una pandemia.

I mitocondri degli incroci Sapiens-Neanderthal superstiti seguono tutti il lignaggio Sapiens. Si deduce quindi che le madri di questi meticci erano esclusivamente Sapiens. Ciò implica che molte di loro morirono durante il parto, poiché la dimensione delle teste dei neandertaliani era chiaramente maggiore di quella dei neonati Sapiens (all'altezza della spina sciatica, il diametro dello "stretto pelvico medio" delle donne di Neanderthal è del 10% più grande di quello dei Sapiens).

Tra i geni che abbiamo ereditato dai Neanderthal, abbiamo identificato quelli che controllano i livelli di vitamina D o di colesterolo LDL nel sangue, quelli responsabili di certi disturbi alimentari, ma anche della gestione dell'assimilazione dei grassi, quelli dell'artrite reumatoide, quello della schizofrenia...

Il raffreddamento di H4, intorno al 38.000 a.C., fu probabilmente intenso e brusco a causa dell'eruzione vicino a Napoli delle Ignimbriti Campane, come evidenziano le carote di ghiaccio artiche (NGRIP). Essa provocò la morte di un gran numero di animali e piante (semi-estinzione delle specie), in particolare verso sud-est (fino all'Egitto) e verso est (fino al lago Baikal e al Caucaso), a causa di una nube molto densa di composti solforosi e solforici che si muoveva a bassissima quota.

La glaciazione successiva (H3), tra il 32.500 e il 30.500 a.C. circa, segna il limite tra il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore. Era anche abbastanza freddo da permettere agli incroci Sapiens-Neanderthal-Denisova, che avevano già attraversato la Siberia, di trovare facilmente un passaggio asciutto tra la Russia e il continente americano, dove si stabilirono. Le loro caratteristiche pietre tagliate (raschiatoi bifacciali, piccole bifacciali da attaccare, punte) si trovano in tutte le civiltà paleoindiane del Nord America. I meticci, che non avevano ancora attraversato la Siberia, furono bloccati dalle dure condizioni climatiche e il loro viaggio proseguì verso est. Approfittarono di questi 2000 anni per inventare un nuovo tipo di utensili, più elaborati, utilizzando diversi strati di una selce. Svilupparono anche la fabbricazione di utensili in osso, più leggeri e professionali: coltelli, trapani, aghi, scalpelli, arpioni, atlatl. Questo tipo di utensili non è stato quindi trovato nella Paleoamerica, ma in Asia orientale.

La fabbricazione di utensili trasportabili, dopo H3, è tipica. Gli esseri umani potevano portarseli da una dimora all'altra. Questi gruppi di individui, in gran parte ispirati dall'habitat relativamente fisso dei Neanderthal, si spostavano da una zona di caccia all'altra a seconda della stagione, tipicamente da una grotta estiva, che offriva un'ampia vista sulle pianure e sui corsi d'acqua in cui pescare, a una grotta invernale riparata dai venti dominanti, ma rivolta a sud. Pertanto, la "grande migrazione", verso l'Atlantico e verso il Pacifico (a nord dell'Himalaya) è terminata intorno al 30.000 a.C. Gruppi sempre più grandi migrarono verso un vasto territorio già conosciuto. I clan cominciarono a formarsi intorno a questo periodo.

Si ritiene che i gruppi M45 siano stati i primi esseri umani a definire i loro territori di caccia appiccando incendi boschivi. Così facendo crearono lunghi "corridoi" di praterie senza alberi, ideali per il pascolo dei mammut lanosi e delle renne. Le migrazioni di questi animali passavano quindi regolarmente da queste zone di caccia, vicino alle grotte abitate dagli M45.

Ogni volta che un incidente (caduta di rocce, crollo di una grotta, valanga...) ha permesso di trovare le ossa di un intero gruppo di Homo sapiens o Homo neanderthalis, tutti i "maschi" sono risultati geneticamente molto vicini (padre, figli, fratelli, persino cugini o zii), mentre tutte le "femmine" venivano da gruppi familiari geneticamente molto diversi. Gli scienziati concludono che per evitare difetti di consanguineità, i gruppi di cacciatori si scambiavano le figlie. Non si sa se queste erano pubescenti o prepuberi. Questi scambi sembrano così sistematici che si immagina non fossero accompagnati da violenza e che rientrassero piuttosto in una regola condivisa, parte del modo di vivere dell'epoca. Ciò che è appurato per il Sapiens non lo è per l'H. erectus, ma possiamo presupporlo, dato che nemmeno il patrimonio genetico dell'H. erectus dà segni di frequenti episodi di endogamia. Per inciso, questo modo di vivere spiegherebbe perché, quando H. erectus attraversò il territorio dei Neanderthal, ci fu così tanto mescolamento genetico o perché l'ipotesi di una pandemia, che avrebbe messo fine ai Sapiens e ai Neanderthal, sembra così plausibile.

Il più antico scheletro conosciuto di cane addomesticato proviene dalla grotta di Goyet in Belgio. Risalirebbe al 30.000 a.C., quindi al Paleolitico superiore. Numerose ossa di cane sono state ritrovate in tutto l'arco alpino, soprattutto in siti lacustri, ma hanno tutte meno di 12.000 anni.

I vecchi nomi che segmentano i periodi del Paleolitico superiore derivano dal nome dei siti esplorati dagli archeologi: Aurignaziano (da 32.500 a 28.000 a.C.), Gravettiano (da 28.000 a 20.000 a.C.), Solutreano (da 20.000 a 10.000 a.C.). Il Magdaleniano (dal 10.000 al 5000 a.C.) corrisponde all'inizio del Neolitico.

Migrazione delle foreste:

Ventiquattromila anni fa, l'Europa era in gran parte ricoperta da ghiacciai. Le temperature medie del mese più caldo superavano i 10°C solo in pochi luoghi. La tundra cresceva fino a Bordeaux o Lione, circondata da immensi deserti glaciali. Il pack artico invernale si estendeva fino ai Pirenei.

Quindicimila anni fa, il clima cominciò a riscaldarsi: stavamo lentamente uscendo da un'era glaciale. Le tundre si spostarono verso nord, lasciando il posto a steppe erbose. Qualche macchia di foresta rada apparve nell'Europa meridionale.

Tredicimila anni fa, l'Europa era ricoperta da una foresta di conifere. Molto più a sud, in Italia, apparve una foresta decidua.

L'improvviso raffreddamento del Dryas recente sembrò travolgere tutto, quando si verificò un riscaldamento ancora più brutale: la foresta di conifere si spostò verso nord, la foresta decidua si diffuse su gran parte dell'Europa. A sud, si stabilì la foresta mediterranea.

Cinquemila anni fa, le foreste decidue si trovavano in tutta l'Europa temperata. Il nord si coprì di conifere. La tundra era limitata all'Islanda e alla Scandinavia.

Negli ultimi 5000 anni, dal diluvio alla rivoluzione industriale, l'impronta dell'uomo sulla foresta è diventata evidente. Bruciandola e disboscandola, ha modificato la distribuzione naturale e privilegiato le sole specie che gli sembravano utili. L'invenzione dell'acciaio, dall'800 d.C., ha notevolmente accelerato la domesticazione dei paesaggi.

Dall'epoca moderna, l'umanità ha dato la priorità ai terreni agricoli e all'urbanizzazione, ha invaso il territorio delle foreste.

La migrazione delle querce sessili portoghesi ha seguito un asse completo verso nord. Quelle provenienti dai Balcani si sono diffuse verso occidente attraverso la Turchia. L'ovest della Francia era allora coperto di querce portoghesi, mentre le foreste dell'est e del centro del paese sono tutte di origine balcanica. Per quanto riguarda la quercia bianca o quercia da tartufo, la provenienza era esclusivamente dall'Italia.

L'avanzata delle querce è stata mozzafiato: 3000 km in 3000 anni! Tuttavia, il peso dei loro frutti impedisce ai venti di diffonderli lontano dalle estremità dei rami bassi. Gli scoiattoli spostano le ghiande più lontano, ma le rendono sterili (con un morso) per impedire la germinazione delle loro scorte invernali. Questa velocità di propagazione è stata resa possibile solo dalle ghiandaie, che in alcuni anni trasportano le ghiande per decine di chilometri.

Punti di riferimento cronologici approssimativi: l'attuale sistema solare è stato creato 4,5 miliardi di anni fa (4,5682), l'uomo è apparso 4,5 milioni di anni fa (Ardi), Homo sapiens si è esteso sul territorio di Neanderthal 45.000 anni fa.

La teoria di Milankovitch fu molto criticata fino a quando non furono scoperti due elementi che la confermano: i periodi di trasformazione delle foreste africane in savane, così come le registrazioni dei livelli d'acqua nei sedimenti oceanici, negli ultimi milioni di anni, corrispondono esattamente ai tre cicli chiave (19 e 23.000; 41.000 e 100.000 anni) dei tre parametri astronomici che essa descrive.

Milankovich ha studiato le tre principali rotazioni della Terra intorno al Sole. L'eccentricità rappresenta la lunga ellisse descritta dalla traiettoria orbitale del nostro pianeta intorno al Sole: è un'ellisse e non un cerchio, quindi esiste un'eccentricità rispetto al Sole che si riproduce in maniera identica, secondo un ciclo di 100.000 anni (e un altro di 413.000 anni). L'obliquità descrive la variazione dell'inclinazione dell'asse di rotazione terrestre tra 21,5° e 24,5° in un ciclo di 41.000 anni. La precessione dell'asse di rotazione terrestre descrive il cono di 44-49° che disegna nello spazio e determina la migrazione della posizione dei solstizi e degli equinozi (19.000 o 23.000 anni).

Attualmente:

- Eccentricità: il nostro pianeta è praticamente su una traiettoria circolare intorno al Sole poiché si trova all'estremità dell'ellisse, con una distanza dal Sole di 147 milioni di chilometri a gennaio e di 152 milioni di chilometri a luglio. I contrasti tra la stagione calda e quella fredda sono quindi minimi. Alla fine del Mesolitico, 11.500 anni fa, era il contrario: le estati erano significativamente più calde e gli inverni decisamente più freddi.

- Obliquità: ci troviamo a ruotare con un angolo di 23,4°, quindi le stagioni sono moderatamente marcate e di durata equilibrata.

- Precessione: per l'emisfero nord, il solstizio d'estate si verifica a una distanza maggiore dal Sole rispetto al solstizio d'inverno (ci riscalda relativamente di più in inverno e meno in estate).

Si noti che, secondo questi tre parametri, la posizione planetaria della Terra comporta attualmente un clima molto mite per l'emisfero nord.


Natufiani

L'Olocene, era geologica, e il Neolitico, era civile, iniziano nello stesso momento, alla fine del Dryas recente. È un punto di riferimento utile tra le diverse scale temporali definite dal British Geological Survey, composto da storici e paleontologi. La data è generalmente il 10.000 a.C.

L'Olocene finisce quando inizia l'Antropocene, cioè quando l'impronta dell'uomo sul pianeta diventa predominante. Di solito, il suo punto di partenza è fissato nell'anno 2000. Naturalmente, ci saranno degli scienziati che sostengono che il British Geological Survey è composto solo da vecchi signori "con i paraocchi": "l'Antropocene sarebbe dovuto iniziare non appena l'umanità ha saputo appiccare incendi boschivi e assoggettare il pianeta". Ammettiamolo, è più semplice per tutti considerare che l'Olocene è iniziato nel 10.000 a.C. e finito nel 2000 d.C., per una durata di 12.000 anni.

Il nostro pianeta non era nella stessa posizione stellare: orbitava molto più lontano dal sole rispetto a oggi. Avevamo lasciato l'Ultimo Massimo Glaciale intorno al 19.000 a.C. Le temperature medie del globo erano come delle montagne russe che andavano perlopiù verso l'alto. Questo periodo storico porta un nome eloquente: deglaciazione.

Negli Stati Uniti, le acque dei ghiacciai sfociavano nel Golfo del Messico, passando per il fiume Mississippi. In Canada, si stava formando un lago d'acqua dolce. Nel 11.400 a.C. era lungo 5000 km. All'improvviso, l'atmosfera si riscaldò e seguì un freddo intenso: le temperature sarebbero diminuite, sfiorando quelle dell'Ultimo Massimo Glaciale.

Il riscaldamento globale causa un'era glaciale?

La Terra fu colpita da degli asteroidi. La temperatura di questi meteoriti aumenta, a causa dell'attrito con l'aria, nel loro passaggio attraverso l'atmosfera, man mano che questa si fa più densa vicino al suolo. La maggior parte di queste rocce spaziali esplose pochi chilometri sopra il Nord America. Fecero scoppiare all'istante diffusi incendi boschivi. Il calore rilasciato fu sufficiente a riscaldare l'atmosfera terrestre. R.B. Firestone ha recentemente scoperto tracce caratteristiche di questo evento: gli incendi hanno lasciato uno strato continuo di cenere sul Nord America. L'oggetto extraterrestre portò dallo spazio polveri di fullereni, nano-diamanti, iridio e sferule. Il resto probabilmente cadde in Groenlandia, scavando attraverso il ghiaccio un cratere di 30 km di diametro.

Uno di questi materiali si schiantò al largo di Sept-Îles nel Golfo di San Lorenzo. Perforò la calotta di ghiaccio e scavò un cratere nel terreno di 4 km. La barriera di ghiaccio laurenziana si sciolse immediatamente. L'immenso lago glaciale canadese si riversò allora nell'Atlantico del Nord. La quantità d'acqua fu enorme. Avvenne un cataclisma: per un secolo, un fiume d'acqua dolce ghiacciata, con una portata superiore a quella del Rio delle Amazzoni, fluì verso est, a sud della Groenlandia. Nessun fiume di tale entità era mai sfociato in questa parte del Canada atlantico. La variazione di salinità si ridusse notevolmente. Il clima della Terra fu sconvolto. La circolazione termoalina dell'oceano, che genera la Corrente del Golfo, si fermò. Settantamila miliardi di tonnellate di acqua, alla temperatura di un cubetto di ghiaccio, raffreddarono tutte le coste del Nord Atlantico. La superficie della calotta polare triplicò. Ricoprì le foreste. I raggi solari, riflessi da questa immensa distesa bianca, non riuscirono a riscaldare la terra abbastanza. Le temperature si abbassarono così tanto da far arrivare il pack di ghiaccio fino alla costa settentrionale della Spagna. Questo periodo glaciale è stato denominato "Dryas recente". Durò quasi 1500 anni, dal 10.900 a.C. al 9700 a.C., e causò una delle più grandi estinzioni di specie viventi mai conosciute.

Sotto le ceneri scoperte da R.B. Firestone c'erano tracce di una civiltà umana: la cultura Clovis, della quale, sopra lo strato di cenere, non abbiamo trovato alcun segno. Questi popoli preistorici, quindi, non sarebbero sopravvissuti al cataclisma. Anche la megafauna americana scomparve: mammut lanoso, tigre dai denti a sciabola, mastodonti... Tutti i grandi mammiferi dell'emisfero nord morirono. Se classificassimo le specie animali di oggi in base al loro peso, quello dei più grandi sarebbe superiore a un quintale. Al tempo del Dryas recente, avremmo parlato di tonnellate.                        

C'era così tanta acqua congelata sui continenti che il livello degli oceani precipitò di 200 m. I mari non evaporavano quasi più, causando così una siccità globale. Il regime dei venti cambiò.

La foresta della Scandinavia si congelò, fu sostituita dalla tundra. Si poteva camminare all'asciutto dall'Asia all'America e dall'America all'Europa.

Sulle superfici ghiacciate, gli alberi non fermavano più nemmeno il vento. Nel sud della Francia, le temperature medie andavano probabilmente da -30°C in inverno a 5-10°C nel periodo più caldo dell'estate.

Niente sulla terra ha un impatto così devastante sulla vita e sui paesaggi come un'era glaciale: imponenti masse di ghiaccio ricoprono le montagne. Enormi strati di sedimenti, spinti per decine di chilometri, lasciano le rocce scoperte. La vegetazione muore. Gli animali si concentrano sulla loro sopravvivenza. Uno dopo l'altro, gli uomini vedono scomparire i mezzi di sussistenza che credevano eterni.

Il mondo non ha mai provato un tale freddo dai tempi del Dryas recente.

A sud, l'immensa calotta antartica, di gran lunga più grande di oggi, si estendeva verso l'Africa e la Nuova Zelanda e, in inverno, giungeva fino alle Isole della Desolazione, le Kerguelen. La circolazione termoalina si era interrotta, il suo flusso non portava le acque fredde dall'Atlantico del Nord all'Oceano Antartico. Anche se l'emisfero meridionale era costantemente fresco, il suo raffreddamento si percepì più lentamente che a nord.

Nel 9500 a.C.

Di colpo, l'intera terra si riscaldò di 15°C in 40 anni.    

Quattrocentomila anni di storia del clima registrati dalle carote di ghiaccio non hanno mai mostrato un altro aumento di temperatura di tale intensità. In pochi anni, la concentrazione di metano nell'atmosfera raddoppiò e aumentarono anche quelle di azoto e argon. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica raggiunse le 240 ppm.

Non sappiamo con certezza quali eventi possano aver causato un riscaldamento così violento. Si sa che le temperature iniziarono ad aumentare nell'Atlantico tropicale settentrionale, provocando un significativo riscaldamento delle maree di superficie. Vent'anni dopo, il termometro era salito bruscamente di 7°C in 5 anni. Infine, in 15 anni, le temperature medie globali erano aumentate di altri 8°C. Doveva esser stato per forza un cataclisma a far riscaldare il pianeta Terra così repentinamente.

Una teoria standard attribuisce questo riscaldamento a un meteorite. Una gigantesca palla di ghiaccio sarebbe passata attraverso l'atmosfera. Arrivata sopra l'Atlantico del Nord, sarebbe esplosa in piccoli frammenti. Cinquantamila blocchi di ghiaccio si sarebbero schiantati in Nord America, creando altrettanti buchi che vediamo ancora oggi: le baie della Carolina. L'energia emanata dal loro impatto avrebbe sprigionato abbastanza calore da causare un improvviso riscaldamento, mettendo fine al Dryas recente.

Il regime delle piogge cambiò. Il monsone scomparve quasi interamente dai suoi territori abituali. Scese verso sud. Il Sahara aveva attraversato un lunghissimo periodo di desertificazione: divenne verde, addirittura paludoso. Coccodrilli e ippopotami vi si stabilirono.

Gli esseri umani evitano le regioni troppo desertiche. In Cina e in Europa enormi colline erano diventate brulle. Il loess era spoglio. I ghiacciai avevano spazzato via tutta il manto vegetale e minerale. Questi deserti, ricoperti di terra fine, acceleravano il vento: Eolo aveva asciugato la superficie. Il suo soffio portava via le nuvole sporche che coprivano il cielo. Questo vento scacciava gli uccelli selvatici. I nostri antenati evitavano certe regioni.

Gli esseri umani durante il Dryas recente

Durante centinaia di migliaia di anni di evoluzione, gli esseri umani hanno dovuto affrontare ogni tipo di situazione immaginabile sulla terra. L'adattamento era la chiave per la sopravvivenza. Stando in piedi, la testa dell'Homo poggiava ora sulla spina dorsale, dando sollievo ai muscoli del collo. Il cervello subì un'evoluzione spettacolare. In particolar modo, si sviluppò la corteccia prefrontale, sede delle capacità di pianificazione: il volume del nostro cranio si espanse soprattutto in avanti. I comportamenti reattivi non erano più sufficienti. La nostra creatività avrebbe superato quella di tutti gli esseri viventi conosciuti.

Come nel caso di molte specie, maschi e femmine si erano evoluti specializzandosi in abilità distinte. Quando il linguaggio dell'uomo diventò più preciso, la sua capacità di comunicazione trasformò le differenze in complementarietà. Si trattava di un grande vantaggio: l'uomo e la donna erano una squadra. Le tracce lasciate nel Neolitico hanno mostrato una differenziazione dei compiti, ma i ruoli di uno potevano essere svolti dall'altra e viceversa. Abbiamo trovato donne uccise da ferite di caccia, ma anche uomini con strumenti per la concia delle pelli. L'uomo viveva principalmente all'aperto, doveva essere attento ai rumori e agli odori. Doveva valutare i rischi e i pericoli, all'occorrenza avanzare in silenzio e poi calcolare la traiettoria della sua lancia e sincronizzarla, nello spazio, con quella di un animale in fuga. La donna lavorava soprattutto nella dimora. Doveva gestire diversi compiti allo stesso tempo: sorvegliare il fuoco, accudire i bambini, svolgere le sue mansioni, comunicare con le sorelle per pianificare le faccende e percepire il minimo pericolo. Questo ha portato a una notevole variazione nella struttura del cervello di entrambi i sessi. L'inventiva delle coppie umane si è moltiplicata, grazie alla combinazione di due punti di vista e di due diverse tipologie di abilità per raggiungere lo stesso scopo: la sopravvivenza del gruppo.

Il patrimonio genetico delle grandi scimmie differisce da quello dell'uomo solo dell'1,6%. Questa differenza ammonta al 5% tra uomini e donne. Il maschio umano è quindi geneticamente più vicino a una grande scimmia che a una donna! La donna è geneticamente più vicina a una femmina di scimmia nella stessa proporzione. Gli occhi delle donne hanno un campo visivo di 20° superiore a quello degli uomini; gli uomini hanno una migliore vista da lontano, focalizzata sugli obiettivi. Naturalmente, non si tratta di superiorità, ma di complementarietà. Già la donna del Neolitico aveva più il senso del tempo e della comunicazione rispetto all'uomo, che aveva più quello dello spazio e della praticità. È comunemente riconosciuto che il cervello sinistro (concettuale) è più sviluppato nelle donne e il cervello destro (razionale) negli uomini, ma è proprio lo spessore del corpo calloso delle donne a essere un fattore determinante: collega i quattro lobi del cervello e permette di essere ancor più multitasking. Le donne, in genere, usano recettori di prossimità più sviluppati: udito, olfatto, tatto hanno acuito i loro sensi. Un cacciatore deve saper praticare il silenzio, parlare poco, mentre le donne usano il linguaggio come strumento efficace. Affinché queste differenze diventassero complementari tra i due sessi, il cervello umano si era espanso notevolmente anche sul lato del lobo frontale. Si tratta di un'area importante per tutte le interazioni sociali. Tra le varie cose, assicura la capacità di immaginare i pensieri altrui come diversi dai nostri.

La coppia maschio-femmina aveva quindi un'intelligenza e una comprensione di gran lunga superiore a quella di tutti i mammiferi. Questo fu necessario per adattarsi con successo al cambiamento climatico alla fine del Dryas recente.

Natufiani

Il territorio dei Natufiani avrebbe compreso Israele, Palestina e Libano. Come la maggior parte dei Sapiens, erano un popolo di cacciatori-raccoglitori. Quando il clima divenne più freddo, in seguito allo scioglimento dei ghiacciai, le loro prede abituali scarseggiarono. Durante il cataclisma del 9500 a.C., si trasformarono in agricoltori e crearono la civiltà più straordinaria dell'epoca.

Il clima dell'area mediterranea cambiò a tutta velocità. In due generazioni, era passato da "freddo e umido" a "caldo e asciutto". Le dense foreste si seccarono, così come i fiumi. Gli animali, quando non morivano di sete, migravano. Nelle foreste fitte, gli uomini cacciavano spesso gli orsi con una rete. Questo non fu più possibile. Alla fine del riscaldamento climatico, si trovarono ad affrontare le antilopi in una terra arida punteggiata da tronchi secchi.

Gli insetti hanno sempre sofferto e sempre soffriranno molto più degli umani per il cambiamento climatico. La fine del Dryas recente fu una catastrofe. Molte piante non furono più impollinate dai loro insetti simbionti. Quelle, la cui fecondazione dipendeva dai movimenti del vento, resistettero meglio, come le piante autofertilizzanti. Questi antenati dei cereali crescevano in lunghi steli secchi sormontati da alcuni grani. Erano commestibili, apportavano energia. I semi e la farina potevano essere conservati. I Natufiani li domesticarono.

Nel Mediterraneo orientale, i mammiferi soffrivano per la mancanza d'acqua. Non vagavano più nella neve durante gli inverni e non trovavano più ruscelli nella stagione calda. Gli uccelli selvatici si raggruppavano intorno alle poche risorse idriche. La caccia era stata eccellente fino a che queste superfici non diventarono oggetto di sovrapascolo. Poi con la siccità, divennero deserte. Le mandrie si spostarono verso nord, sempre più lontano. Gli umani dovettero scegliere tra la carne e l'acqua. I Natufiani scelsero quest'ultima. Cominciarono a domare il paesaggio.

Durante la glaciazione del Dryas recente, i Natufiani avevano vissuto in fitte foreste. I raccolti erano stati abbondanti. L'unica regola era quella di proteggere, o addirittura ripiantare, i germogli di qualsiasi pianta di valore. Si spostavano regolarmente da un accampamento all'altro, seguendo le abitudini delle prede. Con il dilagare della siccità, la caccia diventò meno fruttuosa e la raccolta si fece più importante per la loro alimentazione. Una volta sistemati vicino alle risorse idriche rimaste, le donne raccoglievano nella foresta i germogli ritenuti interessanti e li piantavano vicino agli accampamenti. La sopravvivenza dipendeva dal loro territorio di caccia, non amavano gli intrusi. Ora dovevano proteggere i territori che circondavano la risorsa idrica attorno alla quale si erano stabiliti: inventarono la proprietà terriera e la rivendicarono.

In due generazioni, le foreste fitte scomparvero. Non ci si poteva più avvicinare a una preda di nascosto e le lance avevano una gittata limitata. In tutto il mondo fu usato l'atlatl: un pezzo di legno ricurvo, lungo la metà della lancia, che veniva fissato a un'estremità dell'arma. Permetteva di aumentare la potenza di lancio. Il proiettile raggiungeva i 100 km/h e poteva uccidere gli animali fino a 100 m. Tuttavia, questo propulsore, l'atlatl, era più potente, ma non altrettanto preciso.

I Natufiani iniziarono a produrre archi in quantità massicce. Questa decisione diede il via a un grande avanzamento tecnologico. Molti cacciatori del Paleolitico usavano quest'arma, ma ognuno creava la propria, di conseguenza anche le proprie frecce. Con un uomo che si dedicava alla produzione del legno (selezione, taglio, lucidatura, rafforzamento) e un altro al taglio delle frecce, la specializzazione degli artigiani fu resa possibile. Seguì la qualità, o meglio: dalle selci estrassero una grande roccia piatta per creare un telaio atto a sostenere l'arco. Permetteva a tutti gli archi di avere la stessa lunghezza e curvatura; con due cunei di legno, l'arma poteva essere messa in una posizione di bassa tensione. Divenne facile ripararla o attaccarvi una nuova corda. Questa era composta da sottili strisce di tendini di gazzella intrecciati. Tale "strumento di caccia" si rivelò molto efficiente: i cacciatori sparavano con precisione alle antilopi a 100 m di distanza. Gli archi erano identici e, presumibilmente, fatti dello stesso legno. Di conseguenza, il peso delle punte delle frecce e la forma delle selci con cui erano realizzate dovevano essere sempre uguali. Era quindi necessario lavorare la pietra in modo preciso, quasi identico, il che comportava insegnare agli artigiani le tecniche migliori. Il salto qualitativo fu così cruciale che caratterizzò l'"età della pietra levigata", l'inizio del Neolitico.

Le donne natufiane piantarono file di foreste di pistacchi. In ogni cavità naturale, collocarono un fico. Li innaffiavano anche, visto che alla loro base abbiamo trovato solo foglie marce. Questo dimostra che quelli erano luoghi continuamente umidi, che permettevano raccolti da record. La scelta di questi due frutti non deve nulla al caso: essiccati al sole, si conservano da un anno all'altro e sono molto nutrienti.

In poche generazioni, durante un violento cambiamento climatico, i Natufiani avevano escogitato un modo per proteggersi dalla fame. Altre scoperte avrebbero permesso loro di inventare il primo abbozzo di civiltà.

Le pianure erano disseminate di pascoli. Quando i cereali erano maturi, le donne natufiane partivano per lunghi giorni per andare a raccoglierli con le loro ceste. Poi ebbero l'idea di seminarli vicino alla dimora. Questi furono i primi campi. Inventarono la falce, uno strumento equilibrato ed efficiente. Scoprirono che bruciare le stoppie arricchiva la terra, intrecciarono le fibre per creare i cesti e impararono a scolpire la pietra per realizzare dei mortai ben fatti.

Al fine di adattare il loro habitat ai cambiamenti climatici, si ispirarono alle tane degli animali. Le loro case, grossomodo rotonde, misuravano tra i 3 e i 5 m di diametro. Servivano principalmente come magazzino sicuro. Per conservare meglio gli alimenti, dovevano rimanere fresche durante la stagione calda. Notarono che alcuni animali conservavano i grani nelle loro tane. Scavarono le case nel terreno, fino a raggiungere una profondità di 1,40 m nell'argilla rocciosa, dove la temperatura rimane più o meno costante durante tutto l'anno. La costruzione richiedeva uno sforzo considerevole poiché gli strumenti a loro disposizione si limitavano a pali di legno temprati dal fuoco e a scapole di animali usate come pale. Questi habitat erano ricoperti di rami, sostenuti da alcuni bastoni che servivano da pilastri. Le case avevano la forma di un igloo interrato per tre quarti. Il suolo di questi luoghi rimaneva tutto l'anno a temperature vicine ai 18°C. La loro dimora si manteneva quindi particolarmente temperata, qualunque fosse il clima.

Popolo fondatore del Neolitico

Nei resti di uno dei villaggi, è stata ritrovata una statua della grandezza di un pugno. Rappresenta una coppia che fa l'amore. Questa scultura di pietra è carica di sentimenti, più che di erotismo. I due corpi sono teneramente abbracciati. L'uomo e la donna sono uno di fronte all'altra! È la prima espressione artistica che abbiamo del sentimento dell'amore.

Nei cimiteri, i corpi venivano sepolti in profondità, tutti sdraiati. La loro posizione evocava il riposo eterno. Sembra che i bambini con meno di 5 anni non venissero sepolti. Un terzo delle tombe scoperte era di quelli tra i 5 e i 7 anni. Le donne generalmente morivano durante il parto. I Natufiani portavano rispetto per i loro morti. Forse avevano sviluppato una proto-religione.

Si adattarono bene al nuovo clima e in maniera più rapida dei loro vicini. Inventarono anche le vie carovaniere e il commercio.

La siccità aveva portato le comunità a stabilirsi nei pressi delle risorse idriche. Si poteva viaggiare dall'una all'altra per scambiare le merci. In cambio dei fichi secchi e degli archi, ottenevano dagli Anatolici pietre affilate, le ossidiane. Le loro carovane trasportavano uova di struzzo dalla valle del Nilo per usarle come contenitori di farina. Importavano anche malachite per i gioielli.

Poiché camminavano per centinaia di chilometri a piedi, avevano bisogno di mezzi di trasporto. Poi si resero conto che i cani selvatici erano a corto di cibo come un tempo lo erano stati loro. Alcuni si avvicinarono ai villaggi per mangiare gli avanzi lasciati dagli umani. I Natufiani scoprirono che questi animali diventavano volentieri fedeli a colui che li nutriva. Diedero loro così tanta cartilagine ossea da rosicchiare che alla fine ne addomesticarono diversi. Avevano una qualità dell'udito e dell'olfatto molto superiore a quella degli esseri umani. Riuscivano a sostenere una slitta legata alle loro spalle e divennero eccellenti compagni di caccia. In uno dei cimiteri, è stato trovato un uomo sepolto con i suoi due canidi. C'è anche un giovane sepolto con il suo cucciolo in braccio. Si formarono legami emotivi tra i Natufiani e i loro cani, i primi animali domestici.

Il cambiamento climatico alla fine del Dryas recente aveva innescato una profonda trasformazione della cultura dei Natufiani. Questo popolo aveva affrontato uno sconvolgimento climatico particolarmente brutale. In appena due generazioni, il loro modo di vivere era stato stravolto. Con l'invenzione della produzione di massa e del commercio, incontrarono altri popoli e lo scambio di conoscenze divenne sistematico.

L'artigianato iniziò la sua età dell'oro.

Adattamento dello stile di vita natufiano

Durante il Dryas recente, questi cacciatori-raccoglitori si erano adattati al freddo. Sapevano usare le pelli delle loro prede per proteggersi dalle temperature. Vivevano in una delle foreste più ricche del mondo, il querceto mediterraneo, attraversato ovunque da fiumi che scorrevano verso ovest. I cacciatori tornavano con tutti i tipi di carne: cervo, daino, maiale selvatico o, suprema prelibatezza, l'orso. Usavano principalmente reti da caccia per immobilizzare le prede e ucciderle con le lance di legno. Catturavano le prede più piccole nelle trappole. Avevano quindi capito come fabbricare corde di qualità.

Le donne natufiane raccoglievano ghiande e piselli. Avevano imparato a schiacciarli nei mortai con un pestello. Li cucinavano sul fuoco, su pietre piatte. I tuberi che trovavano venivano cotti alla brace. In queste foreste, la frutta non mancava.

Arrivò l'ondata di caldo. In 5 anni, la temperatura media globale era aumentata di 7°C. Tuttavia, poiché le temperature nella zona intertropicale erano state più basse, il Mediterraneo orientale dovette subire aumenti di oltre 10°C. Smise di piovere, o quasi: il volume della pioggia si ridusse a un terzo! A parte le lepri e gli animali a sangue freddo, le prede si spostarono verso nord alla ricerca di temperature e igrometrie più confortevoli.

Sicuramente, nel mondo c'erano zone con una scarsa popolazione, ma non era il caso dei boschi mediterranei del Levante. Erano così ricchi di frutti e animali che la densità umana era alta. Un gruppo di cacciatori-raccoglitori aveva bisogno di circa 300-500 km² per viverci. Fortunatamente, la maggior parte di coloro che cacciavano nell'entroterra cercò di mantenere il suo stile di vita: seguì la selvaggina verso nord. Poi la regione si spopolò. Questa fu la grande fortuna dei Natufiani. Ogni gruppo del clan poté disporre di un territorio di oltre 2000 km².

L'incredibile adattamento dello stile di vita dei Natufiani

Fino ad allora, la priorità della maggior parte degli uomini era stata la caccia. I Natufiani avevano deciso di rimanere vicino all'acqua. Forse speravano che il clima si sarebbe ripreso e che le prede sarebbero tornate. Niente di tutto ciò accadde. Nel giro di 5 anni, molte sorgenti e ruscelli erano scomparsi. Sul terreno, la vegetazione bassa della foresta iniziava ad appassire. Gli animali erano spariti. I frutti cominciavano a scarseggiare. Avevano ereditato tutto il loro sapere dai genitori, ma questo sapere non valeva più: le circostanze stavano diventando troppo diverse...

Poi il secondo aumento della temperatura completò ciò che il primo aveva iniziato. L'aria nella regione di Levante si riscaldò di una buona decina di gradi. Durante il giorno, quando ci si aspettava una temperatura di 25°C, in realtà arrivava a 35°C! I Natufiani cominciarono ad aver paura: le ultime mandrie se ne erano andate, non avevano alcuna possibilità di raggiungerle. La foresta, da cui traevano tutta la sussistenza, stava morendo a gran velocità. Nonostante gli sforzi, la fame era in agguato.

Sapevano cacciare gli orsi, ma l'orso era fuggito e, in generale, non c'erano più animali da intrappolare nelle loro grandi reti. Apparve, però, nuova cacciagione, molto selvaggia: le gazzelle. Riuscivano ad annusare o sentire i cacciatori da molto lontano. Non era possibile sparare a una di loro rincorrendola con la solita strategia. L'unica possibilità era quella di cacciare la preda vicino alle ultime pozze d'acqua rimaste. Lì si concentravano i cacciatori di diversi gruppi familiari. Finirono per vivere fianco a fianco con le loro famiglie. Quando i giorni senza carne divennero sempre di più, si riunirono, costretti ad aiutarsi a vicenda. Cercarono soluzioni, insieme. La caccia con le reti non era più un'opzione. Dovettero inventare qualcosa di nuovo.

Con l'arrivo della siccità e lo sparire della foresta, le donne Natufiane notarono che i cereali selvatici crescevano sempre di più. Certo, dovettero percorrere enormi distanze munite di pietre da taglio e di cesti, ma salvarono il loro popolo dalla fame. Cambiarono alimentazione. Poiché i gruppi familiari vivevano ormai insieme intorno alle ultime pozze d'acqua, cominciarono a costruire solidi ripari, uno accanto all'altro. Con l'invenzione del villaggio, cambiarono il loro modo di vivere. Confrontarono le capacità di ognuno e scelsero una nuova organizzazione, che avrebbe favorito l'eccellenza in qualsiasi ambito. Questa specializzazione delle doti individuali portò alla nascita di una nuova figura: l'artigiano.

La distribuzione dei compiti tra gli artigiani permise di migliorare la qualità e la standardizzazione degli strumenti. Abbandonarono reti e lance di legno per archi e frecce perfezionati. Con queste "nuove" armi, i Natufiani potevano cacciare mandrie di gazzelle, cavalli e antilopi. L'approvvigionamento di carne non sarebbe più stato una preoccupazione. Le donne Natufiane seminarono intorno al villaggio, arrivando a domesticare i cereali e alcune verdure. Una volta che le piantagioni di pistacchi e fichi raggiunsero la massima resa, l'abbondanza alimentare tornò a regnare. Questo permise lo sviluppo dell'artigianato perché erano necessarie meno persone per procurare gli alimenti.

I Natufiani accettarono di abbandonare le vecchie abitudini per adattarsi alle nuove condizioni. Si impegnarono a migliorare ciò che avevano, investendo nell'innovazione. I migliori artigiani si dedicarono al loro lavoro. L'industria della selce raggiunse una qualità eccezionale per l'epoca e la lavorazione sempre più precisa delle ossa permise di produrre utensili ad alte prestazioni. Importarono mortai di basalto da 100 kg che venivano trasportati dalle Alture del Golan. Le conchiglie furono usate per realizzare aghi per ganci. Alcune punte di freccia di selce furono laccate per renderle più silenziose. Sfruttarono tutto, dalla gazzella alla rugiada del mattino. Costruirono reti da pesca, gioielli e utensili. Usarono le pietre intagliate per regolare gli archi che, all'incirca, avevano la stessa dimensione e curvatura. Le frecce erano ora simili e le punte dello stesso peso. Non si limitavano a creare uno strumento, ma lo producevano in quantità, in maniera identica, cercando di replicare le migliori tecniche. Andavano verso una maggiore precisione, cercando costantemente di perfezionare ogni gesto, ogni oggetto. Ogni artigiano si specializzò in un preciso compito. Diventarono operosi.

I Natufiani erano quasi morti di fame. Erano stati costretti dal cambiamento climatico. Decisero che non avevano altra scelta, se non quella di mettere in discussione il loro stile di vita ancestrale. Così dovettero usare tutta l'energia che avevano per adattarsi alla nuova situazione. Non appena ebbero risolto il problema dalla fame, la loro inventiva si rivelò in tutta la sua potenza. In meno di 50 anni, cambiarono stile di vita e vissero più felici di prima.

I Natufiani sono solitamente considerati come la prima civiltà. Sono il segno del passaggio dell'uomo nel periodo neolitico. Tuttavia, lo spostamento del monsone verso sud, alla fine del Dryas recente, permise la nascita di altre due civiltà, dall'altra parte del mondo. Scelsero esattamente la stessa soluzione per proteggersi dalla fame: domesticare le piante. I Natufiani selezionarono alberi da frutto; i messicani del Rio Balsas iniziarono a ibridare verdure e arbusti; i cinesi della valle dello Yangtze innestarono alberi per ottenere dei bei frutti nutrienti.

Nel corso della storia, è stato riscontrato sempre lo stesso schema. Qualsiasi cambiamento estremo della temperatura, o dell'andamento delle precipitazioni, modifica il modo di vivere degli esseri umani. Le soluzioni variano a seconda dell'impatto ambientale e del filtro culturale. Ogni volta, è emersa una nuova civiltà dominante.

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L'Olocene è un'era geologica che segue il Pleistocene (da 2.500.000 a 10.000 anni a.C.) e precede l'attuale Antropocene (dal 2000), mentre il Neolitico si riferisce alla civiltà che segue il Mesolitico e il Paleolitico. Il Calcolitico o "Età del rame" dipende dalla data della diffusione del rame in ogni zona. Corrisponde alla fine del Neolitico ed è seguita dall'Età del Bronzo e dall'Età del Ferro. La maggior parte delle regioni del mondo è passata direttamente all'Età del Bronzo senza aver conosciuto un'Età del Rame.

R. B. Firestone ha pubblicato uno studio nel 2007 che attribuisce la fine del Dryas recente a un asteroide di 4,6 km di diametro proveniente dall'esterno del sistema solare. Il punto di impatto principale avrebbe creato il lago Michigan e forse altri grandi laghi. Si tratta ancora di un'ipotesi.

La creazione delle baie della Carolina non è databile. Tutte queste depressioni presentano un orientamento, il che dimostra che sono state create dall'impatto sulla terraferma di oggetti provenienti dal nord-est dell'Atlantico. La maggior parte si trova nell'America del Nord (in particolare nello stato della Carolina), ma sono state avvistate fino al Belgio. Da allora, i ghiacciai hanno livellato tutte queste regioni, cancellando la maggior parte delle tracce. L'unica cosa certa è che questi oggetti extraterrestri non erano di pietra, ma di ghiaccio.

Il termine "neolitico" significa "pietra nuova". Quest'epoca è quindi quella delle pietre tagliate con più precisione. Di solito, si chiama "età della pietra levigata", ma sarebbe più corretto chiamarla "età dell'industria della selce".

Essendo i due eventi cruciali vicini, un errore comune è pensare che "la pietra nuova" sia quella inventata dall'uomo: la terracotta. Permetteva di conservare i grani e i liquidi. Consentiva la cottura in acqua, a fuoco lento, per mantenere inalterate le sostanze nutritive, a differenza della cottura su pietra o sulla brace. L'uso della terracotta per cucinare aumentava notevolmente le proprietà nutrizionali, superando la quantità di energia necessaria per raccogliere il cibo. Comunemente si ritiene che la scoperta e la diffusione della terracotta abbiano generato un tale progresso nella digestione del cibo (la bollitura rompe la maggior parte delle molecole a catena lunga) da permettere ai giovani uomini di specializzarsi in compiti diversi dal foraggiamento e quindi di raggiungere l'opulenza necessaria per passare all'Età del Bronzo. La terracotta è la prima grande invenzione del Neolitico.

La scomparsa della tigre dai denti a sciabola dalle latitudini temperate durante il Dryas recente è stata una benedizione per gli umani. Era il loro predatore naturale. Improvvisamente, gli habitat fragili presentarono molti meno pericoli.

Gli archeologi, che hanno scavato nei villaggi natufiani, hanno stilato un elenco dei pozzi all'interno delle case. Sembra che ce ne fosse uno per villaggio, nel terreno di una delle "case" più grandi. Uno degli scienziati fu commosso da questa povera gente, che aveva fatto grandi sforzi per scavare nel terreno (a -1,40 m) pozzi da 3 a 4 m di profondità e dal diametro di 1 m, che è certo fossero sempre perfettamente asciutti. Questo archeologo non aveva previsto la termicità del luogo: non erano pozzi, ma refrigeratori. Immagazzinavano l'aria più fredda della notte e, per stratificazione, il fondo rimaneva fresco durante il giorno seguente. Vi si potevano conservare le carni anche quando le temperature dei giorni estivi raggiungevano i 40°C. Erano dunque degli spazi di stoccaggio, costantemente freschi, in cui riporre le riserve proteiche.

Per costruire le loro case, i Natufiani dovevano scavare nella terra dura composta da argilla, che racchiudeva pietre resistenti, fino a una profondità di 1,40 m. Siamo abbastanza sicuri di sapere come facessero. Si pensa che ogni sera spostassero il fuoco che avevano in comune leggermente al di sopra di quella che sarebbe stata la prossima casa da costruire. Sotto la brace, il calore del focolare asciugava l'argilla che si spaccava liberando le pietre. Al mattino, bastava un palo per ricavare le pietre e allargare le crepe. Tuttavia, questa spiegazione implica che dopo qualche centinaio di giorni, il fuoco, essendo 1,40 m sotto terra, doveva aver bruciato poco. Soprattutto, data l'inventiva dei Natufiani, ci si stupisce che, osservando la combinazione tra fuoco e argilla, alla fine non abbiano scoperto la terracotta.

Nella grotta di Nanjing, in Cina, le stalattiti mostrano l'intensità dei monsoni negli ultimi 220.000 anni. Tra tutti, il periodo con le precipitazioni più scarse è stato quello corrispondente al riscaldamento che seguì il Dryas recente.

Il periodo in cui i monsoni invernali furono più forti è datato tra il 780 e il 900 d.C. Il freddo e la pioggia fecero marcire i raccolti e segnarono la fine della civiltà Tang (in Cina). Al contrario, fu accompagnato da climi più miti (più caldi e meno umidi) in Europa occidentale e meridionale, dall'ascesa delle civiltà andalusa e vichinga e dalla creatività del Medioevo. Nella Mesoamerica, si tradusse in una siccità senza precedenti (compresi 3 anni senza una goccia di pioggia): le grandi città Maya si svuotarono, i pozzi si erano prosciugati.

La domesticazione dei cani da parte dei Natufiani avvenne intorno al 9500 a.C., quella delle capre in Anatolia all'incirca nello stesso periodo, anche se probabilmente un secolo dopo; quella di capre e pecore ebbe luogo su più vasta scala nel Vicino Oriente, già nel IX millennio. Le pecore provenivano dalla pecora bighorn dell'Asia Minore, che a sua volta derivava dal muflone.

L'uro, animale molto potente, doveva essere difficile da domare. Forniva un'importante materia prima riutilizzabile: il latte. Gli uomini del Neolitico mostrarono quindi una grande tenacia. Con il progredire della loro cattività, si notò che le dimensioni e la larghezza delle spalle dei bovini diminuivano. I primi tentativi di allevamento documentati ebbero luogo in Siria nel IX millennio a.C. Quelli degli zebù, in India, risalgono al VII millennio e quelli del bufalo asiatico sarebbero del V millennio a.C. La genetica ha dimostrato che l'80% del bestiame di oggi proviene da una sola mandria di 80 uro iraniani. Si crede che in questa regione, che soffrì la siccità per diversi secoli, gli animali, costretti in una valle chiusa, si adattarono alla mancanza d'acqua, diminuendo di stazza. L'uro era troppo potente e troppo ingombrante per essere addomesticato (Journal of Molecular Biology and Evolution, 2012), era persino più grande del bisonte. Da notare che la genetica non ha ancora trovato la mutazione (che sarebbe risultata dall'epigenetica) che spiegherebbe il passaggio da uri a bovini.

Nel 11.400 a.C., si verificò l'ultima grande glaciazione del Quaternario: il Dryas recente. Questa glaciazione terminò intorno al 10.000 a.C. con un riscaldamento incredibilmente rapido. Circa il 50% dei mammiferi di oltre 40 kg (compreso l'uomo) scomparve, non poté resistere alla brutalità di questo cambiamento climatico.

Nel 10.000 a.C., la popolazione umana era tra i tre e i cinque milioni di persone. Nel 5000 a.C. era di circa venti milioni. Una crescita mozzafiato attribuibile alla sedentarizzazione, quindi all'igiene, quindi alla sopravvivenza di più neonati.

Vari indizi ci portano a pensare che la cultura natufiana fosse un matriarcato.

Si è scoperto che i primi ceppi di tubercolosi cominciarono a diffondersi con l'affermarsi delle rotte commerciali. Più la neolitizzazione progredisce, più tracce di tubercolosi si trovano sugli scheletri (Libano, Siria, Iran) e più le malattie parassitarie si diffondono. Si tratta di casi singoli, non sono state trovate prove di un'epidemia.

Il riscaldamento cataclismico, che seguì la fine del Dryas recente, sciolse anche una grande quantità dei ghiacciai che erano sulla superficie terrestre. Il livello degli oceani salì di 16 m, al ritmo di 40 mm all'anno, inondando tutte le pianure costiere del globo. Il Mississippi causò un'enorme inondazione nel 9650 a.C. Questo aumento dell'acqua è comunemente chiamato "Meltwater Pulse 1B", che potrebbe essere tradotto come "l'impulso 1B dell'acqua di fusione (del ghiaccio)". Da notare che troviamo questa data in Platone: secondo lui, i sommi sacerdoti egiziani avrebbero detto a Solone che il diluvio che causò la distruzione di Atlantide risaliva a 9000 anni fa, ma il viaggio di Solone in Egitto era datato 600 a.C.


Evento 8.2 KY 

Le carote di ghiaccio estratte da entrambi i poli terrestri ci aiutano a capire i cambiamenti di temperatura nel corso di 400.000 anni. Vediamo una successione di glaciazioni più o meno violente, intervallate da periodi interglaciali che raramente superano i 3000 anni e poi, dal 10.000 a.C., 12.000 anni senza un'era glaciale.

I grafici disegnati dalle variazioni della temperatura nel tempo non necessitano di ulteriori prove. I nostri antenati hanno vissuto un periodo difficile durante il Paleolitico: la curva fa grandi, ripetuti e violenti salti, in alto o in basso. Quando, però, guardiamo la sua parte più recente, l'Olocene, con sorpresa notiamo variazioni più fitte e molto più brevi, come se si trattasse di un periodo interglaciale, stranamente lungo e stabile, dove l'ampiezza delle temperature medie massime non supera mai i 6°C.

Questa grande stabilità presenta un'eccezione sorprendente: una linea sottile che scende e sale bruscamente. In genere, è indicata con la sua abbreviazione inglese: "8.2 KY event", "l'evento che è accaduto 8200 anni fa". In particolare, è evidente sui rilevamenti della Groenlandia, ma è appena osservabile su quelli antartici. Senza dubbio, questa anomalia climatica fu spettacolare.

L'origine dell'evento 8.2 KY assomiglia a quella del Dryas recente

La terra attraversava un periodo caldo, giustamente chiamato "deglaciazione": i grandi ghiacciai si scioglievano. Nel nord del continente americano, che occupava tutto l'attuale Canada, la calotta glaciale Laurentide aveva formato uno dei ghiacciai più spessi dell'epoca. Tre grandi cupole di ghiaccio scorsero verso sud per poi formare, in superficie, i laghi Agassiz e Ojibway.

Questi due laghi giganteschi avevano insieme una superficie di 1,5 milioni di chilometri quadrati e una profondità media di 210 m. Attraversavano tre fiumi: il Mississippi a sud, il San Lorenzo a est e, in particolare, il bacino del Mackenzie nel Canada nord-orientale. Nel fiume San Lorenzo, la sedimentazione era di circa 3,3 cm all'anno. Improvvisamente, 8200 anni fa, si ridusse a un ventesimo! La cupola di Hudson era appena crollata. Un asteroide avrebbe colpito la terra attraversando questo ghiacciaio, fino a scavare un cratere gigantesco, grande quanto Francia, Germania e Benelux messi insieme: la baia di Hudson.

Poi, passando per quello che oggi è conosciuto come lo stretto di Hudson, 160 trilioni di tonnellate di acqua dolce si riversarono nel Mare del Labrador. Questa enorme quantità di acqua ghiacciata uscì dal lago in soli 60 anni. La portata d'acqua che defluì dai laghi divenne quattro volte superiore a quella di tutti i fiumi del mondo messi insieme! La corrente del Labrador si fermò di colpo. Gli oceani salirono da 1,2 m al delta del Mississippi a 4 m alla foce del Reno, in Olanda.

L'impressionante accumulo di acqua non salata e ghiacciata impedì alla circolazione termoalina di immergersi a fondo nel sud-ovest della Groenlandia. Per fortuna, la zona di immersione delle acque, attraverso la quale inizia questa circolazione, si spostò a est della Groenlandia: questo ci ha salvato da una nuova era glaciale. Anche se in 180 anni le temperature sono scese di 1,7°C ad Ammersee, in Germania o di 2,5°C nel bacino del lago di Annecy, nelle Alpi francesi, in media, l'Europa si è raffreddata solo di 1°C.

Tutto l'Oceano Atlantico del Nord si stava raffreddando sensibilmente, soprattutto l'Atlantico nord-orientale. In Groenlandia, all'inizio, il calo di temperatura fu di 6°C, prima di stabilizzarsi intorno ai -3,3°C per due secoli. I ghiacciai austriaci e norvegesi avanzarono. La massa d'aria fredda fu tale che il percorso dei monsoni si spostò di circa 1000 km verso sud. Ci fu un improvviso aumento delle precipitazioni in America, ma soprattutto in Europa: fino a 130 mm di pioggia annuale in più ad Annecy, in Francia. D'altra parte, la Mesopotamia, l'Africa subtropicale e specialmente il Sahara furono colpiti da un'intensa siccità che durò 250 anni. Il monsone si indebolì in maniera significativa in Cina, ma portò abbondanti precipitazioni in Brasile e in Indonesia.

Alla fine, questo incidente climatico, anche se di grande impatto, ebbe conseguenze di gran lunga minori a quelle del Dryas recente. Perché? Perché la circolazione termoalina non si fermò.

Le carote di ghiaccio ci forniscono due indizi: la temperatura e la composizione dell'aria intrappolata nelle bolle di ghiaccio. Negli ultimi 400.000 anni, ogni aumento di temperatura è stato regolarmente seguito, circa 800 anni dopo, da un riscaldamento degli oceani e da un aumento di CO2 nell'aria.

Una goccia d'acqua salata che raggiunge il fondo dell'oceano, a sud della Groenlandia, impiega circa 800 anni per percorrere l'intero circuito della circolazione termoalina e ritrovare il suo punto di partenza. Se è più fredda, si immergerà un po' più a fondo e, 800 anni dopo, si ritroverà al punto iniziale.

Tuttavia, 800 anni prima dell'evento 8.2 KY, vivevamo in un periodo molto caldo: circa 3°C più di oggi. Così, la massa calda accumulata nelle correnti oceaniche si oppose all'incredibile calo delle temperature del Mare del Labrador, impedendoci, ancora una volta, di tornare al raffreddamento globale.

Eppure, il raffreddarsi delle masse d'aria ha avuto un impatto su tutto l'emisfero nord e anche, in misura minore, sui mari chiusi, come il Mediterraneo. Il livello delle sue acque aumentò di oltre 1 m, soprattutto sul versante turco. Le temperature invernali sulle sue rive scesero di quasi 4°C e i campi furono inondati da estati molto piovose. Nell'Europa meridionale, i rilevamenti dei pollini, un altro indizio della natura, mostrano inondazioni catastrofiche, ripetutesi frequentemente per quasi due secoli. Queste forti piogge sono state la causa della fame dei popoli del Neolitico. I grandi villaggi delle coste mediterranee si svuotarono, gli abitanti abbandonarono i campi per fuggire verso l'entroterra, muniti di speranza e conoscenze. In Francia, a sud di Montelimar, non è stata rinvenuta alcuna traccia di un sito mesolitico, come se tutta la Riviera fosse stata devastata da inverni freddi e piogge estive. Le isole Corsica e Sardegna si spopolarono, così come l'Andalusia e la costa orientale spagnola. Sulla costa mediterranea, i contadini emigrarono, abbandonando tutto, nella speranza che forse, più lontano, le piante sarebbero cresciute. Alcuni di questi rifugiati climatici, provenienti dal Libano e dalla Siria, avrebbero fondato nuove civiltà lungo il Danubio, verso l'Europa centrale.

Come mai l'impatto dell'innalzamento delle acque durò quasi due secoli, mentre il flusso dei laghi glaciali durò solo 60 anni? È perché le maree hanno aggravato l'impatto dell'evento 8.2 KY. I cicli di Milankovitch hanno poi amplificato il fenomeno. Per un puro caso di tempismo, l'improvviso flusso di acqua ghiacciata dei laghi glaciali del Canada iniziò 60 anni prima del picco del ciclo di 1800 anni quando, a causa della posizione del nostro pianeta nel sistema solare, si verificano le maree più potenti. Infatti, nel corso di 200 anni, enormi maree invernali, da 3 a 9 m più alte della norma, inondarono le coste, a causa "dell'eccentricità della Terra, dell'obliquità della sua rotazione e della precessione degli equinozi". A ogni "grande marea equinoziale", per due secoli, l'acqua salata invase le zone costiere e le allagò con inondazioni catastrofiche. In quegli stessi anni, nel nord del Mediterraneo, le estati erano caratterizzate da piogge torrenziali. Ognuno di questi fattori contribuì al raffreddamento delle temperature locali. In particolare, l'acqua del mare, due volte l'anno, spazzava via secoli di sforzi fatti per avviare l'agricoltura e l'allevamento in queste regioni. Recinti e silos furono demoliti, canali e sentieri cancellati, villaggi distrutti dall'acqua e terreni resi sterili dal sale.

Abbiamo un'idea chiara dell'impatto che l'evento 8.2 KY ebbe sull'allevamento. Da un lato, dobbiamo tenere conto che probabilmente gli allevatori del Neolitico cercarono di portare con sé le mandrie nelle migrazioni lontano dalle coste del Mediterraneo; dall'altro lato, visto che l'agricoltura rendeva poco, sicuramente macellarono più animali per cibarsi. Alla fine, il metano nell'atmosfera calò del 15%. Il massacro delle mandrie fu spaventoso!...

Lo studio degli isotopi dell'ossigeno nelle stalagmiti in Francia, Cina e Brasile mostra che il raffreddamento e lo spostamento del regime monsonico è durato da 8200 anni a 8086 anni fa, indipendentemente dalla regione del globo, con un periodo assai violento fino a 8140.

Le temperature poi aumentarono molto rapidamente. Alla fine del riscaldamento, era di nuovo molto più caldo di oggi e anche più caldo di prima dell'evento 8.2 KY. Lo dimostra lo studio del ghiacciaio del Mont Miné nelle Alpi svizzere: era più piccolo di oggi, poi ha vissuto un improvviso avanzamento da 8200 a 8175 anni fa, seguito da un avanzamento più lento e un rapido ritiro a partire da 8100 anni fa.

Una migrazione climatica decisiva

Dato che la circolazione termoalina non si arrestò del tutto, la Corrente del Golfo continuò a riscaldarsi sotto il sole dei Caraibi, riuscendo a contrastare il freddo eccessivo dell'Atlantico del Nord. Grazie a questo processo, l'evento 8.2 KY fu breve e violento, ma non un cataclisma globale, al massimo un incidente climatico impressionante. Ha avuto un forte impatto sulle coste del Nord Atlantico - e ancora più significativo su un mare che non ha correnti oceaniche, il Mar Mediterraneo - ma non ha avuto conseguenze devastanti e durature per la nostra specie. Infatti, gli abitanti della costa orientale del Mediterraneo fecero quello che i loro predecessori Sapiens o Neanderthal avevano sempre fatto quando il clima rendeva il loro territorio inabitabile: migrarono con donne e bambini. Questi esuli climatici furono così numerosi da essere considerati come un popolo: gli "Asianici". La genetica dimostra che discendevano dai Natufiani (Israele) e dai Mureybeti (Siria). Per discendenza ed esperienza, erano tra i migliori coltivatori dell'epoca. Ottomiladuecento anni fa, i Mureybeti eccellevano nel prosciugare le paludi e nel costruire sistemi d'irrigazione; edificavano case ortogonali con pietre angolari murate a calce; migliorarono anche le frecce natufiane, dotandole di una cocca arrotondata per la corda e di punte con gambi piatti e corti. Coltivavano grano amidaceo, orzo, lenticchie e fagioli. Vivevano bene nella loro terra in Siria e non sarebbero mai emigrati se non fossero stati costretti dalle inondazioni.

Si allontanarono dal Mediterraneo, verso est, in direzione dell'Iraq, passarono a nord dell'allora Golfo Persico e furono fermati dall'ostacolo insormontabile dei monti Zagros. Queste terre erano occupate da un popolo di pastori di origine iraniana che cercava di fondere le pietre con il fuoco. Camminarono lungo i piedi di quella montagna, per attraversare quella che sarebbe diventata la Mesopotamia. Passarono tra il Mar Nero e il Mar Caspio e vagarono finché non trovarono una terra libera, che ritennero più adatta. Si stabilirono intorno al Danubio. Durante il viaggio, accompagnati dalle mandrie, gli Asianici hanno certamente diffuso il loro sapere, dato che erano i migliori coltivatori del tempo. Una volta colonizzate le pianure danubiane, seminarono anche il grano nudo e allevarono alcuni buoi, insieme alle capre e alle pecore. In tutte le terre attraversate durante questo viaggio, gran parte della popolazione di cacciatori-raccoglitori si convertì all'agricoltura-allevamento e sviluppò l'artigianato.

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Il nome "Mureybeti" deriva dalle ricerche archeologiche sotto il villaggio di Mureybet sull'Eufrate, dove si scavò prima che la zona fosse inondata dall'acqua della diga di Assad. I genomi dei Mureybeti, così come il fatto che sono stati colpiti dalla stessa sottospecie di parassiti (Taenia madoquae), dimostrano che sono discendenti dei Natufiani. Sul loro conto, gli archeologi sono convinti che erano governati da donne.

Il periodo di massimo splendore dei Mureybeti fu dal 9500 a.C. al 6200 a.C., in Siria. Costruirono edifici rotondi, in parte interrati, con tetti di paglia molto spessi che li isolavano piuttosto bene dall'irradiazione solare. Le temperature interne dovevano essere temperate, poiché si trattava principalmente di spazi di stoccaggio nei quali gli abitanti dormivano su delle panche. Nei terreni sabbiosi delle oasi, abbandonarono la costruzione in pietra per una struttura in legno (e mattoni adobe) che presentava ancora spessi strati di paglia (50 cm e oltre). Più l'industria artigianale si sviluppava, più gli spazi interni venivano abitati e i muri imbiancati (per evitare gli insetti striscianti). Dal punto di vista architettonico, questo periodo (chiamato "orizzonte PPNA") è caratterizzato dalla costruzione dei primi progetti collettivi. Con l'evoluzione dei Mureybeti (fino alla fine dell'"orizzonte PPNB"), i villaggi si ingrandirono e le abitazioni collettive si moltiplicarono: ci sono cucine comuni, silos e forni centrali destinati a tutto il villaggio e anche sale di riunione comuni (a scopo sociale o religioso?). Le costruzioni cominciarono ad avere angoli retti (in pietre fissate con calce), poi diventarono rettangolari con muri a croce. I morti venivano sepolti sotto le case. Anche i loro utensili migliorarono. Sono stati trovati sempre più strumenti di pietra montati su corna di cervo, scope sofisticate, ganci, numerosi contenitori, mortai di pietra vulcanica, coltelli di osso e roncole con bordi di ossidiana. Importavano tronchi levigati dalle montagne del Tauro e aghi di rame che probabilmente provenivano dall'Iran ... Primi cacciatori di antilopi e di uro, le loro punte di freccia in pietra (tipo El-Khiam), già scolpite per essere attaccate, divennero più sottili e silenziose (tipo Helouan). Si crede che i Mureybeti abbiano inventato la prima vera agricoltura e seminato campi. Le loro mogli indossavano collane di pietre colorate. Sulle rive del lago Van, la migrazione dei Natufiani e dei Mureybeti (Asianici) attraversò il territorio dei Mleccha, il popolo dell'ossidiana. I Mleccha copieranno lo stile di vita degli Asianici. Dopo il loro passaggio, alleveranno capre e pecore e cominceranno a usare calce e adobe nelle loro costruzioni.

I primi cereali a stelo lungo trovati in Cina risalgono al 7900 a.C. La loro coltura si sarebbe diffusa intorno allo Yangtze subito dopo lo spostamento dei monsoni dovuto al raffreddamento dell'"evento 8.2 KY". I cinesi allevavano già i maiali selvatici. Nel 7000 a.C., i cinesi sulle rive dello Yangtze avevano già domesticato il riso (2000 anni prima del Giappone e 4000 anni prima dell'India).

Circolazione termoalina

La circolazione termoalina (da termo = temperatura e -alino = salino) è formata dalla sequenza delle grandi correnti oceaniche del globo. Il suo continuo movimento è generato dalle differenze di densità dell'acqua marina. L'acqua di mare, a parità di volume, è più pesante se è fredda e ricca di sale.

Le acque sono più fredde vicino ai poli e alla Groenlandia, dove quelle che derivano dalla Corrente del Golfo (che era evaporata attraverso i Caraibi) sono fredde e più salate. È quindi in questa regione che inizia la circolazione termoalina. L'acqua si immerge e attraversa l'oceano verticalmente fino a raggiungere il punto di equilibrio di densità con le acque circostanti sul fondo.

La circolazione termoalina comincia (e finisce) al largo delle coste della Groenlandia. Prima corrente fredda e profonda: una linea verticale nord-sud, poi una linea orizzontale ovest-est lungo l'Antartide, un'ampia ansa nell'Oceano Indiano (dove sale in superficie e si riscalda al sole tropicale) e un'enorme ansa nel Pacifico (idem). Diventa una corrente superficiale calda che disegna una grande Z nell'Atlantico, dal Capo di Buona Speranza ai Caraibi fino alla Bretagna, poi una breve linea retta verso nord, dove si raffredda notevolmente e raggiunge il sud della Groenlandia... e tutto ricomincia.

Se le temperature climatiche sono basse (temperature medie sulla terraferma vicine ai 16°C), quelle di quest'acqua salata polare saranno intorno ai -2°C. Si immerge a est della Groenlandia fino a -3800 m, nel pendio della terra che costeggia lo stretto di Danimarca o il Mare di Norvegia, come una gigantesca cateratta d'acqua densa, attraverso acque superficiali meno salate e più calde (quindi più dilatate). È proiettata verso est dalla pendenza della scarpata continentale sottomarina, cioè verso l'Islanda e la Groenlandia meridionale. La forza di questo fiume di acqua salata è tale da formare una forte corrente: la corrente del Labrador.

Se le temperature del clima sono alte (temperature medie sulla terraferma vicine ai 20°C), quelle di quest'acqua salata polare difficilmente saranno sotto lo zero. Si immerge più a nord del Mare di Norvegia nel bacino della Groenlandia, dove riceverà alcune acque gelide supplementari dall'Artico. Si inabissa a nord-est della Groenlandia, a una profondità di -2500 m, ed è spinta dalla forma del pendio della terra che confina con le isole Svalbard, lungo la costa orientale e sotto la corrente della Groenlandia. Parte da più lontano, ma forma anche la corrente del Labrador.

Il flusso segue il versante continentale delle coste dell'America del Nord (corrente profonda del Labrador) sulle pianure abissali di Hatteras e Nares (passa ben al di sotto della Corrente del Golfo), poi prosegue su quella di Ceara, prima di raggiungere il versante brasiliano verso il Capo San Rocco e continuare il suo percorso a sud, passando per la pianura abissale di Pernambuco, fino a unirsi alla circolazione circumpolare antartica nel Mare di Weddell. Queste acque molto fredde e salate (più di 3,5 g/l) si dirigono poi, sempre sulle grandi pianure abissali, verso l'est e il sud della Nuova Zelanda, ma dopo il Capo di Buona Speranza, si dividono in due rami: il primo sale a est del Madagascar nell'Oceano Indiano e, mentre va verso la superficie, si riscalda, gira in senso orario e costeggia il Golfo del Bengala, prima di tornare al Capo di Buona Speranza. Questo primo ramo è diventato una corrente calda di superficie. Il secondo ramo passa a sud della Nuova Zelanda e attraversa il Pacifico occidentale, bypassando le isole Hawaii, e salendo verso la superficie, si riscalda. Anche questo diventa una corrente superficiale calda, che passa a nord dell'Australia e si unisce al primo ramo a est del Capo di Buona Speranza, nell'Oceano Indiano. Le due correnti superficiali calde passano sopra il primo ramo della corrente fredda profonda e costeggiano il Capo di Buona Speranza, da dove attraversano l'Atlantico del Sud, in diagonale, per poi unirsi ai Caraibi. Lì si riscaldano, attraversano il sud dell'Atlantico del Nord, di nuovo in diagonale, e bagnano il sud dell'Europa occidentale (Bretagna, Gran Bretagna), prima di raggiungere il Mare di Norvegia e ricominciare il loro viaggio. Questa è la circolazione termoalina. Un fiume oceanico continuo, la cui alta densità di sale gli permette di trasportare l'equivalente di quattro volte il flusso di tutti i fiumi del mondo messi insieme, attraverso tutti gli oceani del globo. A una velocità media di circa 1 mm/s, il suo flusso di 68 trilioni di tonnellate d'acqua all'ora raffredda gli oceani tropicali e l'est degli Stati Uniti. Riscalda l'Europa occidentale e l'America del Sud occidentale. Questa circolazione è essenziale per il nostro clima.

Un'enorme frana si è verificata a Storegga, nel Mare di Norvegia, circa 8200 anni fa (la datazione al carbonio-14 non può essere precisa in questo momento). Alcuni scienziati ritengono che la frana sottomarina sia stata innescata dall'onda d'urto dell'impatto dell'asteroide sulla Cupola di Hudson che ha scatenato l'evento 8.2 KY. Due piattaforme continentali sono crollate una dopo l'altra e si sono riversate negli abissi, da sud-est a nord-ovest. In superficie, la prima ha innescato il più potente tsunami del genere che si sia mai visto. Sul fondo dell'oceano, 7 trilioni di tonnellate (3500 km³) di terra, ciottoli e sabbia sono crollati sul pendio, creando un corridoio sottomarino di detriti largo 300 km e lungo 800 km. Secondo i calcoli, l'onda dello tsunami era alta 21 m e si impennava a 126 km/h. In Scozia, ha lasciato tracce fino a 80 km nell'entroterra. Tutte le coste del Mare del Nord furono devastate e la popolazione spazzata via nelle isole Faroe e nel Doggerland (la vasta pianura che all'epoca collegava Regno Unito, Francia, Olanda e Danimarca). Si creò un deposito di sabbia alto 72 cm sulla costa orientale della Groenlandia. Il flusso subacqueo di fango travolse quindi il sud della zona dove si immergeva l'acqua che dava inizio alla circolazione termoalina.

Pertanto, durante l'evento 8.2 KY, la Groenlandia occidentale fu laminata dalla gigantesca corrente di acqua dolce proveniente dal flusso dei laghi glaciali, mentre il fondo oceanico della Groenlandia meridionale ricevette un'enorme valanga di sabbia e rocce norvegesi. Eppure, la circolazione termoalina non si fermò. Come fu possibile? La circolazione termoalina portò le sue acque salate e fredde a est della Groenlandia, 1000 m sopra la frana di Storegga, poiché in questa zona è ancora una corrente superficiale che si raffredda con l'aria polare. Quando le sue acque salate poi si immersero, in gran parte a nord di Storegga, si unirono alle coste del Nord America formando la corrente del Labrador, a livello del fondo dell'oceano, e così facendo passarono ampiamente sotto l'acqua dolce rilasciata dallo scioglimento dei ghiacciai. In altre parole: la circolazione termoalina non si fermò perché la sua acqua è molto più salata e fredda (-2°C). Essendo molto più densa dell'acqua dolce (alla temperatura di un cubetto di ghiaccio), trovò il suo equilibrio di densità molto più in profondità nell'oceano (presumibilmente a circa -2000 m).

L'isola di Cipro era popolata da pastori-agricoltori che formavano "la civiltà no-terracotta del Neolitico", perché non hanno mai scoperto la ceramica. Scomparvero completamente durante le inondazioni dell'evento 8.2 KY. Passarono più di 1500 anni prima che l'isola fosse nuovamente popolata. Questa civiltà è nota per essere apparentemente la prima ad aver addomesticato i gatti (6500 a.C.) e una delle primissime ad aver scavato pozzi profondi (in risposta alla grande siccità del tardo Dryas recente, intorno al 10.500 a.C.).


Il Diluvio

Il 12 luglio 1562, Diego de Landa, vescovo cattolico dello Yucatán, decise di bruciare tutti i libri maya perché avrebbero potuto promuovere credenze religiose sbagliate. Questo immenso autodafé distrusse migliaia di anni di rilevamenti astronomici. Solo alcune decine di pagine, particolarmente colorate, furono conservate e inviate nel Vecchio Continente. Formano quattro codici conservati a Parigi, Dresda, Madrid e in Vaticano.

A Dresda, Ernst Förstemann, bibliotecario e linguista, cominciò a studiare il codice in suo possesso. Nel 1894, riuscì a decifrare il sistema del calendario Maya. Gli astronomi moderni sono ancora sbalorditi dal fatto che, in 5000 anni, la somma degli errori di questo "calendario Maya" ammonti appena a qualche secondo. Abbiamo scoperto che il "lungo computo" è iniziato l'8 agosto 3114 a.C.

Nel maggio 1945, Yuri Knorozov, un eroe militare russo, partecipò alla Battaglia di Berlino. Nelle rovine fumanti della Biblioteca Nazionale, raccolse un piccolo libro illustrato in bianco e nero che era miracolosamente sfuggito alle fiamme. Era una riproduzione dei tre principali codici Maya. Il libro affermava che la scrittura Maya probabilmente non sarebbe mai stata compresa. Finita la guerra, Yuri si appassionò alla sfida e dedicò la sua vita a decifrare l'enigma. Fu solo intorno al 2000 che l'americano David Stuart riuscì a penetrare questo complesso sistema di scrittura. Capì che i glifi possono rappresentare sillabe o idee ed essere letti foneticamente, come un rebus. Questo, a seconda dell'abilità e delle abitudini di ogni scriba, ha permesso l'uso di vari omonimi, rendendo ancora più complessa la lettura di questo codice che, all'improvviso, mescolava fonogrammi, pittogrammi e ideogrammi.

Abbiamo così scoperto che l'8 agosto 3114 a.C. fu la data del "Grande Diluvio", che ha attirato l'attenzione di... quasi nessuno. La precisione del calendario Maya è tale che non c'è motivo di dubitare proprio di questa data fornita dai sommi sacerdoti. Altre fonti la sostengono.

Nella Bibbia, la Genesi (11:7) afferma che il diluvio avvenne nel seicentesimo anno di vita di Noè, il che non ci dà alcuna informazione valida, considerata l'incredibile longevità che la Bibbia attribuisce ad alcuni dei suoi eroi. Se, però, il calendario ebraico non era basato su un anno di 364 giorni, ma su un anno completo di 365,25 giorni, allora l'inizio di questo calendario corrisponderebbe alla data indicata dai Maya. Quanto a Beroso, uno storico caldeo, aveva datato il diluvio al quindicesimo giorno del mese di daisios, il 15 giugno 3116 a.C. Il suo calendario non era così preciso come quello dei Maya.

Intorno al 1920, una missione americana scavò un pozzo nella valle dell'Eufrate. Trovarono frammenti di ceramica e un pezzo di ferro risalenti a circa il 3100 a.C. Gli archeologi continuarono a scavare attraverso 3 m di limo. Conteneva i resti di piccoli animali del fondo del mare. La sorpresa fu, appena sotto, scoprire ceramiche di un'altra origine, sensibilmente più elaborate, ma senza ferro. Quest'ultimo strato era appena più antico del primo.

Dopo un disastro come il diluvio, tutto sarebbe distrutto; tutto sarebbe da ricostruire. Tutte le civiltà post-diluvio dovrebbero essere quindi sorte più o meno nello stesso momento. Infatti, in un decennio da quella data, la prima dinastia egizia viene fondata intorno al 3110 a.C., da un re proveniente dagli altipiani del Nilo meridionale; Oannes fonda la civiltà sumera intorno al 3112 a.C., arrivando dall'Eritrea su una barca coperta; in Cina, la cultura di Xiaoheyan, molto più rudimentale, sostituisce quella di Hongshan; inizia l'antica Età del Bronzo; i proto-irlandesi iniziano la costruzione del primo osservatorio astronomico a Newgrange, viene costruito il villaggio di Sakara Brae; Malta avvia le sue opere megalitiche; appare la civiltà minoica; Taiwan intraprende la colonizzazione delle isole vicine, ecc.

Mito o realtà

Dopo aver letto un testo Maya inciso sul frontone del portale di Palenque, abbiamo appreso che una delle conseguenze del diluvio sarebbe stata una nuova organizzazione cosmologica.

Nel codice di Dresda, il diluvio è rappresentato perlopiù da una massa d'acqua incredibilmente potente che trascina pesci e conchiglie. La sua raffigurazione è simile a quella del codice Vaticano, ma lo scriba ha aggiunto un'esplosione primordiale e, in un'altra pagina, un'onda gigantesca. I dettagli raccontati nei codici di Dresda e Madrid sono troppo numerosi per descrivere un semplice diluvio, persino uno cataclismatico: una lunga eclissi, fulmini, vulcani in eruzione, nebbia accecante, uno tsunami, morti di ogni tipo, e poi alberi che rinascono ai quattro angoli di un nuovo mondo, dove il cosmo è cambiato. Il diluvio sarebbe quindi solo una componente di un cataclisma più complesso.

Per capire cosa è accaduto, diamo un'occhiata al presente. Considerata l'entità di questi fenomeni, possiamo solo pensare che abbia lasciato tracce geologiche ancora visibili.

Per raccogliere dati scientifici più antichi di 5000 anni, sono stati effettuati calcoli astronomici e prelevati campioni tramite perforazioni nel ghiaccio o nei letti di foraminiferi, una delle conchiglie fossili più abbondanti sulla terra.

Il calcolo mostra che l'8 agosto del 3114 a.C. non ci fu alcuna eclissi di sole da parte della luna. Tuttavia, in questa data, le carote di ghiaccio prese nell'Artico e nell'Antartico rivelano un grande incidente climatico chiamato "oscillazione di Piora". Nel Golfo del Messico, gli studi sui foraminiferi denotano un calo di salinità molto breve e molto intenso. Tra l'altro, i piccoli roditori annegati nelle loro tane mostrano che il livello del mare si alzò all'improvviso di 120 m. Molti indizi suggeriscono che questo diluvio non è solo un mito, ma è davvero un incidente climatico di grande portata.

Le nostre fonti non sono molto precise nel tempo. Un metro di carota di ghiaccio, o di deposito foraminifero, rappresenta diversi secoli. Per questo, dobbiamo moltiplicare le analisi e fare un controllo incrociato delle fonti per garantire la validità della nostra indagine. Osserviamo quindi le ricerche della Siberia. Uno studio dei campioni di ghiaccio prelevati a partire dal 3114 a.C. mostra una curiosa linea colorata. Questo brevissimo episodio, in cui il ghiaccio è sorprendentemente contaminato, rivela al microscopio polvere e piccoli residui vegetali. In Groenlandia (GISP 2), alcuni anni dopo il cambiamento del contenuto di polvere, il deuterio in eccesso nelle bolle d'aria prigioniere passa da un livello glaciale a un livello interglaciale in meno di 5 anni. Questo fatto testimonia una riorganizzazione eccezionalmente rapida della circolazione atmosferica tropicale (ENSO) poi polare (subboreale). In altre parole: c'è un cambiamento improvviso del regime delle precipitazioni, un forte aumento dell'umidità e un violento calo della temperatura. Le stesse bolle mostrano un aumento vertiginoso di metano e solfati nel 3100 a.C. (più o meno 100 anni).

A quell'epoca il brutale raffreddamento delle steppe asiatiche portò alla scomparsa dell'allevamento di bovini, favorendo invece quello di cavalli. In tutto il mondo, il limite di crescita degli alberi diminuì di oltre 100 m. I ghiacciai avanzarono nelle Alpi, ma scomparvero in Nord America; nell'aria, i livelli di polline degli alberi calarono in modo brusco; il Sahara si seccò molto più velocemente; il livello del Mar Morto salì di 120 m... Tutti questi elementi concordano: intorno al 3114 a.C., si è verificato uno strano e importante evento climatico.

Testimonianze

Esiste un'enorme quantità di narrazioni che descrivono il diluvio. Sono di origine cinese, maya, muisca, assira, tessalica, aleutina, papuana, malese, lituana, egiziana, guatemalteca, inglese, calmucca, armena, ebraica, indiana, zapoteca e qualche altro centinaio. La maggior parte di questi racconti descrive una pioggia incessante che sarebbe durata sei giorni e sei notti. Le prospettive variano in ogni regione del mondo. In alcune di esse, ci sono riferimenti a enormi fontane che sgorgavano dalla terra. Altre descrivono onde gigantesche. Tutte queste storie hanno una cosa in comune: narrano un disastro.

Queste testimonianze sono principalmente racconti, leggende o canti tradizionali, le cui trascrizioni, sotto forma di testi, sono arrivate più tardi. È certo che, all'epoca, i mezzi di comunicazione erano limitati. Questo suggerisce che se gli Jakuti siberiani descrivono lo stesso evento degli Assiri, dei Tahitiani, degli Egiziani, dei Cinesi e dei Papuani, è perché questo cataclisma fu a livello mondiale.

Le testimonianze riportano punti di vista diversi. Alcuni associano il diluvio ai vulcani, altri al freddo, altri a una notte insolitamente lunga, altri a onde infuocate... Queste sfumature avvalorano l'autenticità di ogni messaggio. Tuttavia, a livello regionale, si possono riscontrare narrazioni stranamente simili: sia perché alcuni disastri furono più evidenti che altrove, sia perché tramandandolo oralmente di generazione in generazione, il racconto di un certo popolo finiva per contaminarsi, o ancora, perché subiva l'influenza delle narrazioni vicine. Per esempio: poiché Abramo era mesopotamico ed era passato per Ur, è possibile che i testi biblici si siano ispirati a un racconto più antico, quello sumero, che fornisce il maggior numero di dettagli (leggenda di Ziusudra).

Ci si potrebbe sorprendere del numero di testimonianze, ma se la catastrofe fu così violenta, è comprensibile che ogni generazione volesse che fosse ricordata dalla propria prole. In generale, il fatto che le divinità fossero parte integrante della narrazione, evitava di fornire dettagli precisi su cause che nessuno all'epoca poteva comprendere.

Classificazione delle testimonianze

Il criterio più rilevante per classificare le testimonianze risulta essere quello geografico. Ha il vantaggio di raggruppare storie simili. Il loro confronto permette poi di eliminare certe modifiche successive.

Per esempio: Ebrei, Assiri, Mesopotamici e Sumeri - i popoli del Mediterraneo - hanno trascritto racconti simili del diluvio. Eppure, la Torah descrive quaranta giorni di pioggia quando gli altri ne contano sei. La Torah, però, è un testo religioso, il cui uso frequente del simbolismo dei numeri può aver prevalso sulla trascrizione fedele del testo originale.

Un altro esempio: solo i testi di questa regione raccontano di colonne d'acqua che fuoriescono dai pozzi. Più a ovest, i greci riferiscono di una rapida aspirazione dell'acqua dalle fonti. Tutto ciò potrebbe indicare il crollo di una sacca di acqua fossile che scaricava l'acqua da est, mentre la riaspirava da ovest. Tuttavia, gli Assiri non evocano lo sgorgare di trombe d'acqua. Il libro del re di Babilonia essenzialmente afferma che un'onda, alta fino al cielo, aveva sommerso tutto. Proprio come i popoli del circolo polare che raccontano di giganteschi maremoti.

In America Latina, dall'Argentina al Messico, i testi richiamano eruzioni vulcaniche, delle quali sono visibili solo le conseguenze: i messicani parlano di piogge resinose, poi nere. Argentini e peruviani descrivono gocce di pioggia che bruciano la pelle. Nessuno di loro evoca la lava o un pennacchio di fumo.

Dalla Grecia all'India, passando per la Mesopotamia e il Pakistan, la salvezza sarebbe arrivata dalla costruzione della più grande barca coperta dell'antichità. Tutti questi testi descrivono gli stessi quattro fatti: dopo un segno divino premonitore, fu costruita una nave gigantesca in un clima di sarcasmo. Cominciò a piovere incessantemente su un mare infuriato, le acque salirono fino a spazzare via tutto. La nave si arenò su una montagna e, alla fine, un uccello fu inviato a vedere se il diluvio era finito.

La quantità di testi a riportare che morirono tutti è impressionante. Essi provengono dalle zone più in basso dei continenti. In Australia, sarebbe perito chiunque, tranne alcuni fortunati in cima alle montagne, all'estremo sud del continente. A Timor, si diceva che quando le acque si ritirarono, solo una famiglia era sopravvissuta. Tutte le storie degli indiani delle Grandi Pianure americane dicevano che non c'erano superstiti: i loro antenati sarebbero arrivati da est sul dorso di tartarughe giganti. Le leggende dell'Africa occidentale sono unanimi: dal Niger alla Namibia, nessuno era sfuggito alle acque, ma da est, a bordo di barche, erano arrivate delle coppie che avevano ricreato il mondo.

Logicamente, a parte qualche isola con alte vette, nessun racconto viene dagli oceani o dall'Antartide. Il fatto che non ci siano state testimonianze dalla Groenlandia del Sud o dal Nord delle Americhe appare più sorprendente. D'altra parte, molti popoli siberiani hanno conservato il ricordo del diluvio nella loro tradizione orale, descrivendo grandi onde di acqua bollente.

Queste testimonianze sono tutte spettacolari. Gli uomini del tempo non riuscirono a comprendere cosa fosse successo. Il loro mondo era fatto di pesca o caccia e, per alcuni, di allevamento o agricoltura. Come sempre, quando non capivano, si rivolgevano ai loro sacerdoti, ai loro anziani. Come spiegare un tale disastro senza invocare l'ignoto, senza affidarsi all'immenso potere degli dei? Come spiegare il diluvio? Ne derivarono spiegazioni non scientifiche, ma alcune di esse creano dei resoconti con meravigliose descrizioni. Così recita la leggenda dei popoli dell'Oceania: "Un giorno, insorse una terribile disputa tra il dio del fuoco e il dio dell'acqua. Entrambi volevano punire l'umanità perché non li aveva adorati abbastanza. Allora il primo lanciò palle di fuoco sulla terra. Il secondo, furioso per essere stato colto alla sprovvista, versò acqua per spegnere il fuoco. Poi, per punire l'umanità, gettò ancora acqua".

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Testimonianze dettagliate

Un racconto della tradizione degli aborigeni australiani racconta che "le acque salirono così tanto che solo le cime delle montagne più alte erano visibili. Sembravano isole nel mare".

Secondo la saga norvegese di Orkneyinga: "La luce del sole diventò nera, la terra sprofondò sotto le pallide acque del mare. Dal cielo, le stelle si ribaltarono...".

I Papuani raccontano che "la terra si mosse sotto i loro piedi e i vasi si rovesciarono, così il mare si alzò lontano, molto, molto lontano. E la notte era lunga, molto, molto lunga. E il vento soffiava e girava, soffiava e girava ancora. Quando il mare si ritirò, non c'erano più alberi, tranne che in cima, proprio in cima alle montagne".

Il popolo Washo riporta che i terremoti furono così violenti che la montagna sulla loro isola cominciò a tremare e poi prese fuoco. Le fiamme salirono così in alto da fondere le stelle. Alcune precipitarono sulla terra. Alcune caddero in mare e causarono un diluvio universale che sì estinse le fiamme, ma quasi annientò l'umanità.

Ci sono molte testimonianze di questo tipo delle quali rimangono solo brevi testi che riportano l'essenziale. Provengono generalmente da regioni dove la comparsa della scrittura è stata abbastanza tardiva. Come se il tempo avesse definitivamente cancellato i dettagli. Invece, i Maya, i Cinesi, gli Egiziani, gli Indiani o i Mesopotamici, riportarono rapidamente le tradizioni orali su dei testi che risultarono molto più dettagliati.

Dopo l'autodafé spagnolo, i discendenti dei sacerdoti maya tramandarono oralmente il Libro Sacro che prima era stato messo per iscritto: il Popol Vuh. Il diluvio è descritto in un testo: "Avvenne una grande inondazione e cadde sulle teste delle creature [...] e le uccise. Una pesante resina giunse dal cielo [...] E per questo motivo la faccia della Terra si oscurò e la pioggia nera cominciò a scendere, giorno dopo giorno, notte dopo notte [...] A quel tempo, nuvole e semioscurità coprirono tutta la Terra. Non c'era più il sole [...] Il cielo e la Terra esistevano ancora, ma i volti del Sole e della Luna erano velati [...] Il sole non appariva più, né la luna, né le stelle, e l'alba non sorgeva più [...] e tutto questo accadde quando venne il diluvio [...] Allora i fuochi degli uomini si spensero e cominciarono a morire di freddo [...]. Non potevano sopportare il freddo e il ghiaccio a lungo; rabbrividivano e battevano i denti, erano intorpiditi; le gambe e le mani tremavano [...] ci fu una forte grandine, pioggia nera e nebbia, e un freddo indescrivibile [...]" E anche: "Ai tempi degli antichi, la Terra si oscurò [...] Il sole era ancora luminoso e chiaro e poi, quando raggiunse lo zenit, si oscurò. La luce del sole tornò a essere pura solo 26 anni dopo il grande diluvio".

Le diverse versioni che provengono dall'India forniscono ulteriori dettagli sull'andamento del diluvio: "Le tempeste si abbatterono alle prime luci dell'alba, venivano da sud e da est. Il dio delle tempeste trasformò la luce del giorno in tenebre e improvvisamente sconvolse la terra. Un giorno la tormenta fu così violenta che un uomo non riusciva più a vedere il suo vicino. Il diluvio fu così terrificante che persino gli dei avevano paura. Poi, per sei giorni, la tempesta e il diluvio imperversarono insieme, come eserciti in battaglia. All'alba del settimo giorno, la tempesta era cessata. Il mare era diventato calmo. Il diluvio si era placato. Tutta l'umanità era stata trasformata in argilla. Era il deserto dell'acqua". Naturalmente, Vishnu aveva precedentemente assunto la forma di un pesce, così da poter salvare le persone.

In molti racconti, la narrazione, anche se legata al diluvio, sembra accontentarsi di descrivere un epifenomeno osservato dal narratore. Il seguente testo non fa eccezione, anche se, a un esame più attento, rivela una chiave cruciale dell'enigma. Proviene dalle montagne dell'India meridionale: "Nel cielo apparve un essere delle dimensioni di un piccolo facocero, bianco. In un'ora, questo essere divenne grande quanto un grosso elefante. Era ancora in aria. Improvvisamente, ci fu come un enorme tuono, che risuonò fino alla fine dell'Universo. L'essere scosse le grandi orecchie e il crine. Alzò le due zanne, così bianche che brillavano. Poi rotolò di lato e vedemmo la sua immensa coda come se fosse sopra di lui, scese dal cielo e si tuffò di testa nell'acqua. Tutto il mare tremò sotto il colpo e si alzarono onde imponenti".

Questo oggetto volante non identificato, che lui scambiò per un facocero celestiale, volò dritto verso l'osservatore. Si può ipotizzare che non credesse ai suoi occhi. Viveva alla fine della preistoria, non poteva immaginare l'esistenza di Marte o di piccoli uomini verdi. Allora descrisse al suo meglio ciò che vide. Il quadro di riferimento che aveva era quello della vita quotidiana: la caccia. Quando la cometa venne verso di lui, non riuscì a vederne la coda. Il poco che era rimasto sembrava un capello. Il meteorite si diresse nella sua direzione. Poi esplose. Due pezzi incandescenti si erano separati, spinti in avanti. Formavano come due zanne lucide. Poi il corpo celeste cadde. Dopo vide la coda del meteorite. Si era tuffata nell'acqua. L'urto deve essere stato potente perché il mare tremò. La scossa scatenò uno tsunami.

Gli astronomi cinesi avevano visto lo stesso meteorite un po' prima verso il sole al tramonto. Gli aborigeni australiani narrano la sua discesa molto a ovest del loro continente. I greci seguirono il suo corso, verso est. Gli Athabaska dall'Alaska avevano anche descritto una luce seguita da una grande coda che si immerse nella notte, verso il mare, facendo tremare la terra.

L'8 agosto 3114 a.C., la Terra attraversò la nube della cometa delle Tauridi. L'apparizione di un meteorite è abbastanza plausibile.

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